La colonnina di mercurio segna i due gradi. È giovedì notte, piove e le temperature indicano che l’anomala ondata di tepore dei giorni scorsi ha abbandonato Varese lasciando spazio all’inizio della stagione invernale.
Proprio in concomitanza con l’entrata in vigore dell’ordinanza che impone di circolare con le gomme da neve. Così, abbiamo deciso di fare un viaggio tra i locali dismessi, punti di raccolta, del piccolo esercito degli invisibili che popola i luoghi angusti della Città Giardino. È l’esercito dei senza volto e senza nome si muove come zombie. Vagano per la città in cerca di un posto al coperto. Sono i barboni di Varese. I senzatetto dell’opulento capoluogo di provincia.
O, per dirla alla francese, i clochard. Quelli che vivono come fantasmi ai lati dei nostri marciapiedi, ai margini della nostra società. Quelli che sembrano tutti uguali, con le loro storie che appaiono tutte uguali. Trovarli non è difficile, basta cercarli negli stabili dismessi intorno alle stazioni, come quello tra le vie Bainsizza, Monte Santo e Grado, venuto lo scorso anno, in questo periodo, agli onori della cronaca per il blitz condotto da Polizia Locale, Gev e volanti della Questura di Varese che ha avuto come obiettivo lo sgombero di quello che allora era stato definito il “triangolo della vergogna”.
Un’area dismessa, che attende di rinascere all’interno del piano di riqualificazione del comparto stazioni. Un grande stabile, nel quale il viavai di persone è ripreso, che nel corso del tempo si è trasformato in un dormitorio per stranieri clandestini oltre che in un punto di approdo per la criminalità nordafricana.
A distanza di un anno, la situazione sembra ripetersi, perché si sa il degrado attira degrado. La rete di recinzione che si affaccia su via Monte Santo è stata tagliata per permettere l’accesso alla struttura: dalle finestre in cima alla torretta, che sovrasta l’intera area, si intravedono fioche luci di alcune candele accese.
E poi ci sono loro, i clochard della stazione che si spartiscono spazi e binari in un tacito accordo di “buon vicinato”. Molti di loro non possono essere accolti nel dormitorio degli Angeli Urbani perché sprovvisti di permesso di soggiorno, o perché persone con il vizietto dell’alcol. Kinsley abita il treno del binario 2. È un uomo nigeriano di 40 anni approdato nella nostra provincia 13 anni fa, quando ancora agli occhi di un immigrato risultava la Eldorado del Nord Italia.
Rannicchiato sui sedili del treno, Kinsley ci racconta la sua storia. «Dormo in strada da più di tre mesi. Per colpa della crisi non riesco più a trovare lavoro. Fino a pochi anni fa, attraverso le agenzie interinali, riuscivo sempre a lavorare o come muratore o come imbianchino».
Ma ora non c’è più trippa per gatti. «Sono arrivato a Varese perché alcuni amici che erano qui mi avevano parlato molto bene di questo posto e non ho avuto alcun tipo di problema fino a poco tempo fa. Ora sono bloccato qui». L’uomo a una moglie e un figlio in Nigeria. «Tornerei anche nel mio Paese, ma non ho i soldi per poterlo fare. Se c’è qualcuno che può offrirmi una via d’uscita gliene sarò grato, sono disposto a fare qualsiasi tipo di lavoro».
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