VARESE Bossi compie settant’anni. Ma Varese non festeggia. Qui il popolo del Senatùr guarda ormai con disillusione al vecchio leone stanco. Visto come un ingombro anche dai suoi. I quali, stretti tra l’affetto verso il fondatore del movimento e le trame «di famiglia» di Manuela Marrone, chiedono una buonuscita dignitosa per Bossi. Un «pensionamento» del capo.
Lo dicevano già un anno fa. Ad inizio estate del 2010, uno storico militante confessava: «È stanco. Deve andare in pensione». Esponenti storici del partito si sono ritirati dalla Lega: «Stavo nella Lega per cambiare le cose… poi Bossi ha dimostrato di essere come tutti gli altri, quando ha candidato suo figlio».
I varesini sono disillusi. Se ufficialmente nessuno parla, a taccuini chiusi tutti confermano la tesi: «Se il partito vuole sopravvivere, Bossi deve andare in pensione».
Il futuro sembra avere un solo nome: Roberto Maroni. L’unica figura in grado di creare una sintesi nel partito. Inutile sottolineare come il passaggio fondamentale sarà il congresso provinciale di metà ottobre.
Sullo scacchiere leghista, Varese è il cavallo di Troia.
Ed è appunto questo il grande gap del cerchio magico, che non controlla né i vertici politici né le istituzioni degli enti locali in provincia di Varese (mentre a Como, Lecco e Sondrio è messo anche peggio).
Il cerchio magico ne deve fare di strada. E deve colpire dall’alto, perché democraticamente non ha i numeri. Nella «strategia della tensione» firmata cerchio magico sono finiti tutti: dal sindaco di Varese Attilio Fontana (maroniano), minacciato di espulsione per la sua lotta contro i tagli ai comuni, al segretario provinciale uscente Stefano Candiani, che si è salvato dal commissariamento solo grazie a Maroni. Passando per tutti i più piccoli, «colpevoli» di avere Maroni più che il capogruppo alla Camera Marco Reguzzoni (vicino alla Marrone) come punto di riferimento.
La strategia inizia con il 2010, alle regionali, con la candidatura di Renzo Bossi a Brescia, e di Giangiacomo Longoni a Varese. Quest’ultimo infatti soprannominato la balia del Trota.
Le regionali consentono poi a Reguzzoni, ex presidente della Provincia di Varese dal 2002 al 2008, che per essere eletto a Montecitorio aveva rimandato l’ente ad elezioni dopo solo un anno dalla sua riconferma, di vedersi quindi liberare il posto di capogruppo, che andrà a ricoprire dopo le dimissioni del neopresidente del Piemonte Roberto Cota.
Così nasce il cerchio magico come oggi lo conosciamo: quartier generale, Varese.
Che va conquistata, per poi prendersi la Lombardia e quindi la Lega. In un continuo braccio di ferro, si arriva al settembre di quest’anno. Lo scorso fine settimana la sezione del capoluogo ha visto trionfare al congresso l’area più maroniana del partito. Un punto a favore del ministro, in vista del congresso provinciale. Dove si cercherà una soluzione unitaria.
«La Lega si scioglierà solo in un caso – tende a smorzare i toni il neosegretario di sezione Marco Pinti – quando la Padania sarà indipendente. In quel caso, saremo come l’Anpi».
«L’ultima parola spetta all’Umberto – dice il consigliere comunale Gladiseo Zagatto, più volte assessore nel capoluogo dal 1997 al 2011 – ma sono convinto che le anime nel partito troveranno una sintesi».
E Fabio Binelli, storico segretario di sezione e attualmente assessore: «Le lotte che si basano su personalismi sono deleterie. Occorre essere credibili, se andiamo avanti così rischiamo di perdere in poco tempo quello per il quale abbiamo lavorato per decenni».
Marco Tavazzi
e.besoli
© riproduzione riservata













