di Samuele Giardina
Benito Carbone, la società come le ha motivato l’esonero?Non saprei cosa rispondere: prima mi si accusava dell’approccio, ora che questo è arrivato non lo so. Poi, dopo una prestazione come quella contro il Sassuolo, non si può mandare via l’allenatore. Di più: non ho avuto precise spiegazioni e l’ho anche saputo per vie indirette, da
un amico che mi ha telefonato dopo avere ricevuto un messaggio da un tifoso. La cosa grave è che quel messaggio è stato inviato dal direttore sportivo Mauro Milanese. Ritengo di essere una persona corretta, gli altri dovrebbero esserlo nei miei confronti: apprenderlo così, mentre mi recavo all’allenamento pensando alla partita di Vicenza, è stato brutto.
Lei, una volta che vi siete incontrati e le hanno parlato, cos’ha risposto?
Ho detto loro che il mio obiettivo è stato raggiunto: salvare il Varese. Dopo sette giornate, con sei punti messi in classifica, sono arrivato dove mi è stato chiesto a inizio anno. Perché a questo si deve anche pensare: al momento di venire qui nessuno mi ha domandato la promozione, ma il mantenimento della categoria. Quindi, me ne vado in pace con l’obiettivo raggiunto.
Nel dopopartita di venerdì, la sua carica emotiva non faceva pensare a un licenziamento: fulmine a cielo sereno?No, perché in un certo senso è da mo’ che me lo aspettavo. Però non così, non in questi termini. C’è dell’altro: durante l’incontro, la società mi ha sottoposto un accordo per rimanere a tempo determinato, per
non più di tre o quattro partite. Dopo, con l’ingresso del nuovo allenatore, mi sarei dovuto dimettere io. Un po’ di orgoglio mi è rimasto, non potevo accettare una cosa simile: non l’ho accettata ed è arrivato subito Maran. Qui a Varese ho avvertito troppa ansia e troppe situazioni di disagio, cose da anticalcio.
Non ha mai pensato di gettare la spugna? Per esempio dopo la débâcle interna con il Livorno?
No, neppure dopo una prestazione disarmante come quella: abbandonare avrebbe significato non credere più in me stesso e nella squadra. Io, invece, credo in me e credo in loro.
A questo proposito, come ha salutato i giocatori?
Dai miei ragazzi non mi sento tradito, posso guardarmi allo specchio e guardare tutti loro in faccia. Come premesso dal primo giorno di ritiro, i calciatori passano ma gli uomini restano: io e i ragazzi, quando ci incontreremo in uno stadio o per caso in strada, da uomini potremo sempre salutarci. A testa alta.
Cosa lascia a Rolando Maran?
Gli consegno un gruppo vivo, pieno di voglia di fare, che non ha problemi. Maran può stare tranquillo, trova degli uomini veri capaci di giocare per sé, per il loro mister e per l’obiettivo comune. In più, rispetto a me, avrà il tempo di lavorare che gli lasceranno. Io purtroppo non l’ho avuto, il progetto è partito ma è stato abortito.
Gli aspetti belli di quest’esperienza varesina.
Mi porto dietro tante cose positive, a partire dal pubblico e dalla città, che hanno dimostrato di credere seriamente in noi. Non è retorica, ma la gente ha fatto vedere di essere tifosa prima della maglia del Varese e poi di chi la indossa. È una cosa meravigliosa. La faranno anche con Maran, che può stare tranquillo pure sotto questo punto di vista. Ecco, mi spiace soprattutto per loro, per il pubblico.
Adesso?
Niente, sono in pace e posso guardarmi allo specchio. Non cerco alibi nelle situazioni contingenti, non li ho mai cercati, e non mi attribuisco colpe particolari. Primo nuovo obiettivo, superare a Coverciano il corso master per allenatori.
a.confalonieri
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