Era sieropositivo, contagiò la moglie Condannato a dieci anni di carcere

Era sieropositivo, contagiò la moglie
Condannato a dieci anni di carcere

Sa di essere sieropositivo e contagia consapevolmente la moglie: condannato a dieci anni di carcere, con interdizione perpetua dai pubblici uffici, per lesioni gravissime. Il collegio giudicante presieduto da Asi è espresso ieri pomeriggio dopo una camera di consiglio durata 40 minuti: i giudici hanno accolto in toto la richiesta di condanna formulata dall’accusa.

Alla vittima i giudici hanno riconosciuto una provvisionale pari a 250 mila euro. Jacopo Arturi, legale di parte civile, aveva chiesto un risarcimento pari a un milione di euro. I giudici hanno stabilito che il risarcimento è da definirsi in sede civile.

La vicenda è raggelante. Lei è una donna marocchina di 38 anni. Lui è un varesino di 41 anni, con svariati precedenti alle spalle. Ma lei questo l’ha scoperto dopo. I due si sposano nel 2006, lei arriva illibata al matrimonio. «Nel 2007 inizio a sentirmi male – ha raccontato ieri in aula la vittima – Avevo febbre, infezioni». La donna si sottopone ad esami e il responso è drammatico: sieropositiva. Il marito cade dalle nuvole: «Ha sempre detto di non sapere di essere malato – ha detto la ormai ex consorte – ha mentito per anni».

Sino al 2011 quando la vittima riordinando dei documenti scopre due referti: il primo del 2001 il secondo del 2005 che certificano la seri positività dell’uomo. La donna crolla, lo caccia di casa e denuncia tutto. «Come vivo la mia condizione? Mi sento addosso lo schifo. La sporcizia. Mi sento sporcata e guastata da questa malattia – ha detto ieri – Se avessi avuto un tumore sarebbe stato meglio. Sarei morta ma senza vergognarmi per l’accaduto».

Difficile per una donna che arriva illibata al matrimonio concepire di aver contratto una malattia sessualmente trasmissibile. «Non ho documenti che certificano il mio stato di purezza al momento ma è stato così – ha detto la vittima – Io oggi mi vergogno di parlare di questa cosa con la mia famiglia. Da quando l’ho cacciato, da quando ho compreso la sporcizia di questa storia non ho mai più avuto alcuna relazione con un uomo. Non parlo di relazione intima. Anche un’amicizia, non ce la faccio. Non me la sento. Mi vergogno e vivo nella paura costante».

A causa della malattia la donna, che deve seguire una terapia ferrea, ha avuto problemi «con il lavoro – spiega – temo sempre che pensino di me che sono una poco di buono. Non viaggio più, non mi posso spostare a causa della terapia». Ogni affermazione è stata supportata da tutta la documentazione medica. E il giudizio è arrivato: condanna a dieci anni senza alcuna attenuante.

E l’imputato? Prima di ieri non si era mai presentato ad un’udienza. Nemmeno a quella per il rinvio a giudizio. Ieri è arrivato alle 10. Ha atteso sino alle 13 (avrebbe dovuto rendere delle dichiarazioni) quindi saputo che si sarebbe entrati in aula alle 15 e se n’è andato bofonchiando: «non resto. Ho altro da fare».

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