«Qui, dove la natura fa bene all’uomo»

Viaggio tra gli strabilianti orti de “I Mirtilli” a Bregazzana, proprietà della comunità Gulliver. Coltivazioni secondo la permacultura: «La terra? Un bene prezioso che possiamo solo rovinare»

– Un viaggio non ha necessariamente bisogno di tanti chilometri per risultare ricco di significato. Quello che ci porta sulle colline di Bregazzana, per esempio, è breve ma intenso: lì, tra i prati che si alzano progressivamente verso la Martica, si scopre un’agricoltura capace di regalare frutti incredibili, nella terra e nell’anima di persone che hanno bisogno di rinascere.A stuzzicare la curiosità è una

fotografia – pubblicata su Facebook – di un pomodoro da un chilo e seicento grammi: verde con striature rosse, enorme, gibboso, polposo, attraente alla vista, una speranza per il palato. Dove nasce cotanto ben di Dio? La risposta arriva dopo alcuni tornanti stretti che abbandonano Sant’Ambrogio per salire verso la montagna: è l’impresa sociale “I Mirtilli” la fertile patria di ortaggi di questo calibro.

L’azienda coltiva e gestisce 40 ettari di terreno di proprietà del Centro Gulliver, la comunità di recupero fondata e guidata da , in due partizioni una vicino all’altra. Nata nel 2012, l’impresa occupa solo due dipendenti fissi ma si avvale del lavoro dei ragazzi della comunità, coinvolti in un percorso di riabilitazione che insegni loro una professione e l’amore di una gratificazione che viene dalla terra e dal sudore., veterinario per formazione, guida l’attività con l’esperienza acquisita in vent’anni di un’altra azienda di sua proprietà sulle rive del lago di Varese, sposando i principi della permacultura: si tratta di una filosofia che ha avuto come pioniere , botanico e microbiologo giapponese del XIX secolo, i cui dettami sono stati studiati e adattati alla cultura e alle condizioni climatiche occidentali da , agronoma spagnola. Il primo caposaldo è presto detto: «La terra è un bene prezioso – spiega il nostro cicerone fra le balze interamente coltivate – e tutti gli interventi dell’uomo la rovinano. In buona sostanza il lavoro distrugge l’ecosistema».

Partendo da questo presupposto, il resto è una conseguenza. Dopo il primo ciclo di produzione dell’ortaggio, la pianta non viene estirpata, ma semplicemente recisa: in questo modo i batteri attaccano la radice stessa e restituiscono al terreno quanto tolto durante la crescita dell’ortaggio. Inoltre, alla fine del ciclo, ogni coltivazione viene immediatamente rimpiazzata con una leguminosa («capace di fissare l’azoto dell’atmosfera e riportarlo alla radice») per poi essere sostituita da una coltivazione ancora diversa, senza pause: «La natura non viene sfruttata, ma assecondata in base alle sue regole – continua Stabilini – Non usiamo nessun concime. L’insalata viene attaccata dai vermetti? Noi gli mettiamo vicino la cipolla che rilascia degli enzimi che danno fastidio agli animaletti». Persino le erbacce non vengono eliminate, ma semplicemente contenute: «Fanno parte del ciclo biologico». Il risultato è una messe di verdura (melanzane, basilico, patate, cipolle, cetrioli, peperoni e non solo) e frutta (i mirtilli prodotti da un migliaio di piante) che viene venduta in un piccolo mercato in via Albani il martedì pomeriggio (nonché sul posto proprio a Bregazzana), facendo la gioia di buongustai che arrivano persino da Milano. C’è dell’altro, però, ed è forse sintetizzato alla perfezione da una frase del nostro interlocutore alla fine del viaggio: «Le vede quelle piante? Hanno le foglie basse, i ragazzi oggi dovranno bagnarle. Hanno imparato a capire che quelle piantine sono uguali a loro: se non curi te stesso, muori».