Luigi Sacco pioniere a Casbeno

Il medico varesino fece in città l’esperimento decisivo per vaccinarsi contro il vaiolo

Era settembre, era l’inizio dell’Ottocento, era Varese. A capitò d’osservare alcune giovenche cosparse da papule, segno che erano affette da vaiolo vaccino. Quando le pustole vennero a maturazione, ne prelevò il liquido, ciò che gli permise d’avere a disposizione un ceppo di vaccino spontaneo con cui verificare la validità dell’esperimento dell’inglese Jenner che nel 1769 aveva utilizzato il pus vaccino per ottenere l’immunità al vaiolo.

Il Sacco ne verificò l’efficacia sui cinque figlioletti di un contadino di Casbeno, Giulio Pacini. Lasciò scritto: «Un panico timore li aveva assaliti e non vi erano lusinghe che potessero indurli a lasciarsi operare». Sicché fu obbligato a dare egli stesso l’esempio, inoculandosi il vaccino. La facilità con cui effettuò il gesto, il non aver mostrato dolore e la promessa di un premio, convinse i fanciulli ad aderire alla richiesta. L’esito fu felice: la malattia non attecchì. E neppure accadde, esperimento successivo, quando il Sacco iniettò su di sé, sul Pacini e sui suoi ragazzi il pus vaccino prelevato da una bambina di otto anni.

Si trattò d’una scoperta rivoluzionaria e il Sacco s’impegnò a fondo nella sua missione. Nel giro di pochi mesi, muovendosi di città in città del Milanese e oltre, eseguì centinaia di vaccinazioni e le popolazioni gli furono grate. Una riconoscenza che lo aiutò a far fronte a prevenzioni, critiche, scetticismo di chi non ne accettava

il successo. Avrebbe continuato la campagna anti-vaiolo negli successivi, girando gran parte dell’Italia: nella sola Brescia si sottoposero all’intervento, condotto da lui assieme ad altri colleghi, tredicimila persone. A seguire il libro “Osservazioni pratiche sull’uso del vajuolo vaccino, come preservativo del vajuolo umano” ci fu la sua nomina a direttore generale della vaccinazione della Repubblica Cisalpina.

Nato il 9 marzo 1769 a due passi da Palazzo Estense – nella stessa casa dove sarebbe venuto alla luce nel 1873 un altro futuro medico di gran valore, Eugenio Medea allievo del Golgi – il Sacco frequentò le scuole varesine fino a 17 anni, poi proseguì gli studi a Milano e a Pavia dove ebbe insegnanti come Spallanzani, Scarpa, Volta e si laureò a 23 anni, entrando nel 1793 nell’Ospedale Maggiore di Milano di cui diventò primario e direttore.

Entrato in contatto con idee ed esponenti del mondo illuministico, tra i quali Verri e Beccaria, fu sostenitore dell’importanza della medicina come strumento sociale capace di guardare alla salute non solo come bene privato, ma anche come patrimonio collettivo. Morì , lasciando la moglie Carolina Borghi, il 26 dicembre 1836, e proprio il Maggiore, due anni più tardi, gli dedicò un monumento. L’onore massimo in vita l’aveva ricevuto nel ’32, quando Vienna lo invitò a un congresso internazionale e gli tributò accoglienze trionfali. Come medico fu inoltre tra i primi a introdurre l’agopuntura. Ulteriori interessi, con relative conquiste, ne celebrarono la virtuosa versatilità: allestì una fabbrica per estrarre lo zucchero dalla barbabietola, inventò una macchina per la lavorazione di lino e canapa, creò una nuova specie di gelso. Un genio, di cui Varese è fiera. Il rimpianto: averne abbattuto la casa natale.