L’escalation tra Iran e Paesi del Golfo riaccende l’allarme sui mercati energetici e riporta il petrolio al centro delle tensioni globali. L’attacco contro Teheran e la successiva rappresaglia stanno producendo le prime conseguenze concrete sugli scambi internazionali, con ripercussioni immediate sulle quotazioni del greggio.
Secondo le principali agenzie di stampa, centinaia di petroliere e navi cariche di gas naturale liquefatto risultano ferme ai margini dello Stretto di Hormuz, snodo strategico attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale. Diverse portacontainer dei grandi operatori della logistica internazionale avrebbero inoltre modificato le proprie rotte, evitando l’ingresso nel Golfo per ragioni di sicurezza.
La tensione si è riflessa immediatamente sui mercati. Negli scambi non regolamentati il prezzo del barile è balzato del 10%, anticipando possibili forti turbolenze all’apertura delle Borse asiatiche. Il Brent, riferimento internazionale per il prezzo del greggio, è salito dai 72,8 dollari della chiusura di venerdì fino a quota 80 dollari.
Nonostante le rassicurazioni dell’ex presidente americano Donald Trump, gli analisti ipotizzano un’ulteriore corsa verso la soglia psicologica dei 100 dollari al barile, livello toccato l’ultima volta all’inizio della guerra in Ucraina. Un simile scenario avrebbe ricadute dirette su inflazione, costi energetici e commercio globale, riaccendendo timori di una nuova fase di instabilità economica internazionale.













