Omicidio di via Ravasi Testimone indagata in aula

Omicidio di via Ravasi Testimone indagata in aula

VARESE Doveva testimoniare sull’omicidio di via Ravasi, essendo stata, fino a tre mesi fa, la ragazza di uno dei due arrestati per la morte di Saad Heddine Tarek, quel Daniel Calcano reo confesso, già condannato a trent’anni di carcere con rito abbreviato. Ma Ilaria Miola, venticinquenne di Monvalle, si è messa a riferire della sua attività svolta accanto al suo ormai ex fidanzato e

ad altri sudamericani che arrivavano a Malpensa con ovuli di cocaina in pancia: e così, in breve, la sua posizione è passata da quella di testimone a indagata. Il presidente della corte d’assise, Ottavio D’Agostino, ha sospeso l’udienza, per dare lettura, poco dopo, di un’ordinanza di rinvio al 26 maggio per proseguire l’interrogatorio della donna, che dovrà però deporre con l’assistenza di un avvocato.

Un imprevisto nella giornata in cui era attesa la testimoninanza dei due fidanzati testimoni oculari dell’omicidio. Poco più che ventenne, minuta, visibilmente emozionata – al punto che il presidente D’Agostino ha sospeso l’udienza per permetterle di riprendersi – la ragazza ha deposto ieri mattina.

Di fronte alla Corte d’assise, incalzata dalle domande prima del pm Agostino Abate, poi degli avvocati di parte civile e della difesa, la giovane è più volte sbottata in lacrime ripercorrendo il filo dei ricordi di quella tragica serata di domenica 7 novembre 2008, quando per caso lei e il suo fidanzato si trovarono ad assistere alla morte di Tarek, marocchino noto alle forze dell’ordine per vicende legate allo spaccio.

E nel sottobosco degli spacciatori di piazza Repubblica affonda le radici questa storiaccia, per la quale è già stato condannato il dominicano Daniel Calcano, e per la quale deve rispondere della stessa accusa, omicidio volontario pluriaggravato, Victor Dario Ramirez Ravelo, 42 anni, pure lui dominicano. Era in piazza accanto a Calcano quella sera. Ed era con lui nel covo a Ponte Tresa, dove due giorni dopo li trovarono i carabinieri.

Ma pure lui, come il reo confesso Calcano, lo ha colpito con il coltello tipo Rambo (e lama da 26 centimetri), portando uno dei tre fendenti – al cuore, al fegato e ad un polmone – tutti potenzialmente letali?

È l’ipotesi formulata dall’accusa, e l’interrogatorio della testimone, cui ha fatto seguito nel pomeriggio quello quasi identico del suo fidanzato, era finalizzato a dimostrare questo delicato passaggio. Sennonché la giovane prima, e il moroso dopo, hanno sì ricostruito quanto visto, ma sono stati piuttosto vaghi su particolari importanti: non saprebbero identificare chi era in via Ravasi quella sera, né hanno riconosciuto in aula Victor Dario Ramirez Ravelo. Hanno visto una sola persona colpire la vittima, e questa cadere in una pozza di sangue. Come era vestita, non hanno saputo dirlo. Al che gli avvocati difensori, Paolo Bossi e Giancarlo Trabucchi, hanno contestato ai due testi le dichiarazioni rilasciate ai carabinieri due ore dopo l’omicidio: l’aggressore, dissero, aveva un cappelino da baseball e vestiva un giubbotto bomber. Elementi che identificano Calcano, non Ramirez Ravelo.

Sentito in aula anche il tenente dei carabinieri del Reparto investigazioni scientifiche di Parma che ha eseguito le analisi su 43 reperti: ebbene, il sangue si trovava solo sui vestiti di Calcano. Ma la cuffietta del lettore mp3 trovata per terra in prossimità di altre macchie di sangue, ad alcuni metri da dove la vittima si è accasciata, riporta materiale organico non univocamente attribuibile a qualcuno dei protagonisti della vicenda, ma sarebbe comunque compatibile con quello della vittima. Il che fa supporre che Tarek possa essere stato accoltellato in due momenti diversi.

Franco Tonghini

f.tonghini

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