VARESE Se ti fai prendere la mano, pensi: il Varese non può avere soltanto 6 punti dopo 5 partite in cui, tranne Bergamo, è stato superiore come gioco, come squadra, come palle gol. Quella contro il Pescara era una partita da vincere senza se e senza ma perché di fronte c’era una squadra che sarà costata anche molto di più ma è meno forte – come complesso e individualità – dei biancorossi. Dovevi vincere perché è un delitto avere il migliore numero 10 del campionato, produrre sei occasioni nettissime e non riuscire a farlo magari rischiando pure di perdere perché alla prima palla che arriva nella tua area – come con l’Albinoleffe – becchi gol. Di più: guardare la classifica fa rabbia e dolore perché non puoi restare nel mucchio dopo avere gettato in campo dosi da cavallo di adrenalina ed energie psicofisiche. Ma chi ragiona così, facendosi prendere alla gola dall’impulsività, finisce al fosso. Un bel respiro per buttare giù il rospo e si riparte con sangue freddo, partendo dal ragionamento che, per com’è fatta la B, quei sei punti sono un orgoglio, un ammonimento, un passo avanti.Diceva bene Vito Romaniello, che è tornato al microfono di Dahlia Tv per raccontare i biancorossi dopo molti anni di immeritate catene (per Novara-Varese sarà affiancato da Luca Pellegrini, brivido): «Un anno l’Alzano finì al giro di boa con 26 punti, nei playoff, e alla fine retrocesse. Se cambi un paio di giocatori giusti alla fine dell’andata, da ultimo arrivi in A. Ma se l’acquisto lo sbagli, dalle zone alte rotoli in Prima
Divisione». Cinque giornate su 42 non dicono nulla in classifica, dicono molto sulla capacità di mettere le radici nella categoria, nella costruzione di quello che alla fine farà la differenza: l’equilibrio, la mentalità, la forza, la coscienza di sé, dei propri errori e delle virtù. In tutte queste classifiche, il Varese ha molto più di 6 punti.Nessuno ha Neto Pereira: salta l’uomo, s’incunea tra le linee nemiche devastandole, va via in progressione dando 5 metri ad ogni avversario, quando non gli è sufficiente una finta per farli cadere per terra come birilli. Sconvolge la naturalezza e spensieratezza con cui lo fa, come se ad ogni assist o volata realizzasse un sogno da bambino. Soltanto il pubblico è altrettanto fenomenale: numeri incredibili come 7.500, 5.500 e 4.500 spettatori in tre gare, quest’ultimi di venerdì sera, che trascinano a prescindere come al Sud. Basta l’ingresso di Ebagua per mettere le ali a uno stadio che ricorda un vecchio e inespugnabile San Paolo ai piedi di Maradona. Il 4-3-3 della ripresa, con Giulio accanto agli altri attaccanti, ha pure ridato fuoco alle polveri di Cellini e Buzzegoli. Da risolvere il problema della linea difensiva (al primo pallone gettato in area, il golletto lo becchi sempre, magari perché gli esterni si fanno saltare), anche se dal match col Pescara usciamo con due giocatori fortissimi in più, il portiere Zappino ed Ebagua: con quell’argento vivo addosso che fa la differenza, come fai a toglierli? Ma ci sono anche Dos Santos e Frara, ottimo impatto e profumo di crescita. Aspettando Zecchin, quello vero: ci manca da morire.Andrea Confalonieri
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