Andrea De Carlo: «Amo Varese. Ha sete di libri»

Il grande scrittore ieri è venuto a trovarci in redazione con l’amico Emiliano Bezzon. Si è raccontato a 360°, dall’amore per le parole a quello per la musica: «La mia prima chitarra fu una finta Fender»

Sono le 19.20 quando Andrea De Carlo sbuca dal nostro ascensore accompagnato da Emiliano Bezzon. È al suo 19esimo romanzo, L’imperfetta meraviglia (Giunti), che racconta della vita e di due grandi passioni: «la musica rock, la mia prima chitarra fu la copia (l’originale era troppo cara) di una Fender Statocaster che imparai a suonare con il tempo, e il gelato. Che adesso produco artigianalmente per consumo casalingo».

De Carlo (tradotto in 26 paesi) ha firmato pagine che per tanti sono diventati romanzi di formazione: è una rockstar dell’uso della parola che trasforma in letteratura (glielo riconobbe anche Italo Calvino, tanto per dire) e ha quella naturalezza che arriva dal talento. «L’incontro qui a Varese (alle 18 di ieri nella biblioteca civica) è andato molto bene. Ho trovato lettori veri, lettori attenti con i quali è bello confrontarsi. La scrittura è isolamento, poi il libro esce e allora è il momento della condivisione. E del resto è quello che accade a tutti voi ogni giorno». De Carlo aggiunge: «sto viaggiando molto per presentare il libro: Sicilia, Veneto, Toscana. E in Lombardia non poteva non esserci Varese, dove sono già stato per il premio Chiara. I lettori? Mi sorprende sempre che nonostante le diverse realtà siano simili tra loro». Una rockstar della parola, si diceva, e infatti ne utilizza una preziosa “libraio”, parlando de La Libreria del Corso: «la chiusura di una simile realtà è una perdita inestimabile. Bisognerebbe intervenire davvero per sostenere queste librerie, così lontane dalle impersonali catene. Così fondamentali per i lettori ma anche e soprattutto per gli autori». E poi c’è Federico Fellini: «Sì, quando andavamo al cinema insieme si arrabbiava: ma è tutto vuoto qui, mi diceva». Ma anche Michelangelo Antonioni: «Abbiamo scritto insieme il seguito di Blow Up: avrebbe dovuto essere ambientato a Milano, nel mondo della moda». E così tu scopri che le regioni economiche e la mancanza di cultura cinematografica ti hanno privato di una capolavoro.

Perché il gelato non è fatto per essere duraturo ma per essere consumato oppure per sciogliersi. Qui abbiamo due persone, in un momento cruciale della vita. Lui una rockstar che canta canzoni scritte quando aveva vent’anni, era arrabbiato e creativo, mentre oggi è ricco e sicuro. Lei è un’artista. Crea gelati, ma non si ferma all’estetica. Bada alla sostanza. In una parola: crea. E quest’incontro creerà una collisione fortissima: la rockstar viene osservata fuori dal palcoscenico. Lei, Milena, è una donna in procinto di sottoporsi ad inseminazione artificiale ma non ne è completamente convinta.

Molto. Non narro fatti autobiografici, mo ha bisogno di riferimenti precisi. Io racconto ciò che conosco. Luoghi veri, dentro i quali si muovono personaggi che raccontano qualcosa che ho sentito.

Sono entrambi, come del resto tutti noi. Guido è l’agire, Mario è quella parte più calma e più riflessiva che tutti noi abbiamo.

Giovinezza. È un modo di sentire diverso. Hai la mente aperta, non sei schermato da niente. Immagini cosa potrai diventare, cosa vorrai essere senza limiti. Poi cresci: l’età adulta in qualche modo non ti cambia ma ti porta dimenticare quella particolare sensibilità. Sino a quando non accade qualcosa di improvviso, di forte, come l’incontro tra una gelataia e una rockstar e allora ti ricordi all’improvviso. E sei ancora tu, ma in modo diverso.

Un visionario. Gli ho fatto da assistente nel film “E la nave va”. Sul set era un burattinaio: manipolava gli attori. E previde la decadenza del grande cinema italiano: a Cinecittà guardando gli studi mi disse. “Qui ci faranno soltanto la pubblicità”. E così è stato: show dentro ai quali si vendono prodotti. Ho girato anche un breve documentario dal titolo Le facce di Fellini, sparito per anni, secondo me ci fu lo zampino di Fellini, e adesso ritrovato dalla Cineteca di Rimini. Lui fu uno degli ultimi giganti: quando andavamo al cinema insieme mi diceva: ma è tutto vuoto.

Io ero il giudice cattivo. E’ tutto un ruolo. Se dicevo questo autore non mi fa impazzire mi dicevano: sì, ma dillo con cattiveria, è questo ciò che serve. È stato difficile, non amo i ruoli predefiniti. E c’erano autori interessanti, ai quali non sono state date davvero delle possibilità, come avrebbero meritato.

Sì, me l’ha raccontata Emiliano (Bezzon). Considero la chiusura di queste librerie indipendenti, dove c’è il gusto per i giovani autori, dove il libraio ti conosce e riconosce i tuoi gusti ma sa come aprirti la mente, una perdita inestimabile. Così come considero assurdo che un’attività così debba versare 200mila euro d’affitto l’anno. Anche se la libreria funziona, non può stare in piedi. E credo che sia necessario intervenire, fare qualcosa per sostenere queste realtà. Così personali. Così fondamentali per i lettori, ma soprattutto per gli autori.