– Graffiti buoni e graffiti cattivi. Murales portati a termine dopo aver richiesto regolare autorizzazione (ed addirittura nell’ambito di un progetto di collaborazione con il Comune di Varese) e “segnacci” di ogni genere rubati alla quiete della notte ed al decoro più elementare.
C’è chi non tollera venga fatta alcuna differenza tra le due categorie. Dopo l’articolo pubblicato sul nostro giornale e relativo ai murales apparsi recentemente in via Micca – realizzati da due noti street-artist nell’ambito del progetto Urban Canvas – scoppia la polemica.
Le opere (per alcuni pseudo tali) succitate sono solo l’ultima goccia in un vaso stracolmo di opinioni divergenti e in totale guerra fra loro. Quasi un pretesto. Ma vanno ad inserirsi in un contesto rionale – quello di Casbeno, appunto – tra i più deturpati della città: nella parte vecchia del quartiere, scritte ed antiestetiche figure grafiche sono un po’ dappertutto, coprono i muri a lato dei binari della ferrovia, si ritrovano sui cancelli, sui cartelli stradali ed in grande quantità una volta anche sotto il ponte della stessa via Micca, dove ora compaiono i disegni .
Facendoci, forse maldestramente, portavoce di un sentimento comune, avevamo scritto: «I “casbenatt” possono ritenersi fortunati». Come ad affermare: in mezzo a tanto schifo, finalmente qualcosa di bello.
La piaga dei graffiti va combattuta: ne va dell’immagine di una città. Accanto alla repressione, però, va favorita quella libertà di espressione che invece di nuocere al decoro può addirittura abbellire angoli altrimenti tristi e dimenticati.
Non tutti sono d’accordo. , del Comitato italiano antigraffiti, ci scrive: «Abbiamo ricevuto varie segnalazioni dai nostri amici di Varese, contrari agli articoli di esaltazione dei graffiti effettuati a Casbeno. Molti cittadini ritengono che dare spazio ai writers sia la cosa più odiosa e indecente che ci sia. Dopo che per decenni hanno imposto la loro dittatura abusiva sui nostri muri, adesso i Comuni devono addirittura premiarli e regalare loro spazi?».
La rimostranza continua: «Questi graffiti (vandalici o artistici che siano) sono percepiti dai più non come una forma di arte, ma come una forma inutile e pelosa di invadenza ed esibizionismo».
«Se i writers ritengono che le loro opere siano così belle e irrinunciabili, perché non le fanno su fogli di carta o su tele e non le espongono in gallerie, dove le vedono solo quelli che vogliono? Loro devono per forza piazzare le loro arlecchinate nei luoghi di maggiore transito: sui muri o nei sottopassi o sulle barriere antirumore. Devono essere gigantografie». Poi la conclusione: «Questa non è arte, ma solo dittatura e prepotenza».
Una combattiva risposta arriva da di Wg art.it, associazione che insieme a Palazzo Estense ha dato linfa al progetto Urban Canvas: «Si parla dei “nostri muri”… Ma nostri di chi? Anche noi siamo cittadini: abbiamo presentato regolari pratiche edilizie, ottenuto tutti i permessi necessari, pagato bolli e diritti di segreteria».
«Abbiamo dipinto senza alcuna pretesa o presunzione che il risultato realizzato potesse piacere a tutti. In silenzio e con discrezione, senza alcun esibizionismo. Abbiamo regalato delle opere alla città, in linea con il Regolamento per il decoro urbano. Un dono silenzioso».
Moretti sottolinea una contraddizione: «Nella pagina dell’Associazione anti graffiti il distinguo tra vandalismo e arte esiste. Perché in questo caso non vale?».













