Oggi al Franco Ossola (ore 15) il Varese sfida in un grande match la capolista del campionato di serie B, il Carpi guidato da Fabrizio Castori, non un allenatore qualunque. Questo tecnico (quest’uomo) “spacca” perché vecchio stampo – la parola data è una, gli amici sono una cosa e i nemici un’altra -, perché anticonformista e perché nella vita non ha mai conosciuto un modo di essere molto in voga nel
calcio e in questo mondo: il paraculo. Ha usato le mani per farsi giustizia, ha pagato, ha allenato a San Patrignano, si è visto appiccare l’etichetta del “bollito” e se l’è staccata a mani nude, tornando il vincente che è sempre stato. Noi lo riaccogliamo così, riproponendo l’editoriale che il 18 aprile 2013 aveva salutato in prima pagina sulla “Provincia” uno dei punti più bassi mai toccati dal Varese: il suo esonero.
Quando vivi schiaffeggiato dal vento, non accetti nemmeno una giornata di sole. Il problema del Varese che caccia l’allenatore da settimo in classifica è quello di avere fatto dell’eccezionalità la sua normalità, e di non volersi calmare. È la voglia di sorprenderci sempre marziani, anche quando siamo semplicemente umani.
È il prezzo da pagare per essere arrivati nel calcio che conta grazie a un miracolo dopo un quarto di secolo. La nostra “condanna” sarà quella di cercarlo per sempre, quel miracolo, anche quando non serve o non esiste.
Varese è una brutta bestia, ma per questo di lei t’innamori: accetta solo l’estremismo, o la guerra per la salvezza o quella per la promozione, e diventa feroce quando piomba nella mediocrità. È bastato un attimo, quella bandiera bianca – e non biancorossa – sul pennone della panchina dov’erano seduti l’imperatore Sannino e lo spaccamontagne Maran, per sentirsi soffocare e fare rotolare la testa d’un allenatore semplicemente normale. Ma non il suo cuore.
La ferita inferta a Castori non sarà una macchia per lui. Che tra dieci o vent’anni potrà sempre dire ai suoi nipotini, quando saranno cresciuti: «Cloe e Luca, sapete che il nonno salvò una squadra e una città che pensavano di andare in A anche se erano già grandi in serie B?». Nonno Fabrizio torna dalle sue nipotine perché era troppo solo a difendere la sua invalicabile trincea. Perché è un testone che ha sempre voluto andare a fondo contro tutti e tutto, perfino contro chi non se lo meritava. Restando ancorato al principio dell’uguaglianza (ma Zecchin e Corti sono la diversità che fa grande il Varese: non potranno mai essere sostituiti con nessun altro) o della fedeltà ai suoi scudieri che venivano da fuori (Ferreira, Juan Antonio, Rea, Franco) in una città che ama lo straniero quando a essa si piega, l’ascolta e la capisce invece di rimanere semplicemente (impunemente) se stesso. Varese ti entra dentro se lasci aperte le tue porte del cuore, non se le hai già chiuse.
Castori perde la panchina per aver voluto rimanere cocciutamente solo e sempre se stesso, facendo quasi sempre il contrario di quello che gli dicevano. Grandissimo bastian contrario, signor professionista, strenuo difensore dei suoi valori catapultato però in una realtà dove non puoi sempre immusonirti, o essere roccia inattaccabile e irraggiungibile. E in uno spogliatoio dove serviva sporcarsi le mani anche per difendere i valori perduti dagli altri, non solo i tuoi. Castori dimostra che nella vita le tue fortune dipendono dalle persone che hai vicino.
Ha il torto e la sfortuna di non avere avuto accanto qualcuno capace di entrargli in sintonia quando stava sbagliando per troppo fondamentalismo nei confronti delle sue idee, del suo calcio, dell’ambiente, della società (sarebbe bastato un Maraner, un Bettinelli, un Verderame). Ha il torto e la sfortuna d’essersi voluto sporcare le mani al mercato di gennaio, invece di lasciar fare al direttore sportivo. Ha il torto e la sfortuna di non avere mai abbassato la testa, di non avere mai mentito a nessuno, di non avere mai ammesso a se stesso che Varese non è Ascoli o Cesena. Di essersi sempre guardato le spalle, come se Varese fosse terra nemica. E così facendo non ha distinto più nemmeno gli amici a cui chiedere aiuto nei momenti del sostegno (viene sempre il momento degli amici, e lui ne aveva pochi).
Fabrizio Castori se ne va da uomo: non sappiamo ora quanti ne restino, dentro e fuori campo. Ma sappiamo che a fine giugno in tanti lo seguiranno, e che a loro non verrà concesso lo stesso onore delle armi. Non se lo meritano.













