Varese scatola nera. Epocale la franchezza di Maurizio Braghin, mister della Carrarese allo specchio odierno dei biancorossi: «Neto è rimasto?». «Hanno preso Calil?». «Blasi quale… Blasi Juve? Mmm… squadra giovane».
Ancora, a macchia: «Ah okay, un sacco di ragazzi da Inter e Milan… Ely quello alla Reggina e Pasa? Bravi». «Mi sembra una rosa da completare con due, tre innesti». «Pavoletti? Leonardo? Tutta la vita». «Un presidente nuovo ha portato entusiasmo? Va fatto durare però».
Ritroviamo Maurizio Braghin come lo ricordavamo nel Varese di Fascetti, fece il terzino dal 1979 al 1983, un solido anticonformista dall’apparenza rivoluzionaria: «Pura immagine. In verità io e quel Varese eravamo uguali: testa sulle spalle, voglia di divertirsi e lavorare».
Ne è passata di vita, per il ragazzo che ha iniziato a fare sport giocando a basket. Tolti gli scarpini subito mister a Piacenza: «Era il 1992, sono partito dalle giovanili e nel gennaio 2000 ho preso il posto di Simoni, allenando in A per 15 partite».
Una carriera di tante piazze, idem d’atleta, fino a mettere radici nel 2010 a Vercelli, non male per un biellese di nascita: doppia promozione dalla Seconda Divisione alla B e, l’anno scorso, più d’una tregenda tra l’esonero d’ottobre per Camolese, il reintegro a gennaio e la discesa in Lega Pro.
Sospiro: «Anno pesante. Ho deciso di ripartire dalla Carrarese perché mi hanno sempre cercato, con questa maglia ho chiuso la carriera da giocatore. Non mi interessava stare in B, non ci ho pensato: dopo una stagione del genere interessava andare dove mi volevano».
Da tre estati a questa parte, il destino lega il precampionato di Braghin al varesino: accadde con Carbone e poi Castori («Mio amico vero»), sta per risuccedere con Sottili, alla Carrarese due campionati fa.
Qui torniamo all’incipit, alla più classica delle interviste al contrario, dove le domande vanno al contrario rispetto all’abituale: «Al Varese non ho ancora messo mano, so niente. La verità è che fino a un giorno fa eravamo in Seconda e adesso siamo ufficialmente ripescati in Prima: lo immaginavamo, ma esserci dentro è diverso. Abbiamo vissuto due mercati, ora ci mancano cinque giocatori».
Tempo futuro: «Abbiamo quattro-cinque ragazzi del 1994 che reputo interessanti, sono da valorizzare e la Prima senza retrocessioni viene a pennello. Mi piace il progetto, se becchiamo gli innesti giusti ci divertiamo».
A Vercelli, per l’attacco, Braghin s’è dibattuto tra Iemmello, Scavone, Tiribocchi, Eusepi titolare nel ritorno, Zigoni, De Paula, Ragatzu e Greco. Una porta girevole priva di soluzione: «Senza la punta giusta in B fatichi. Eusepi e Ragatzu hanno anche fatto bene, ma oltre alla fisicità serve inquadrare la porta».
E qui esce il nome Pavoletti: «Il Varese vorrebbe lui? L’alternativa? Bonazzoli? Pavoletti tutta la vita, è un mio pallino da secoli. Sarebbe un investimento e credo abbia un ingaggio minore di Bonazzoli».
Narra la leggenda che sia stato Braghin a lanciare nel Piacenza il concittadino Gilardino: «Non esageriamo, viveva a 100 metri da casa mia e conosco i genitori. Si è lanciato da solo, io l’ho solo spinto».
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