Brachetti protagonista a Varese «Io, Ester William e Tognazzi»

Brachetti protagonista a Varese «Io, Ester William e Tognazzi»

VARESE «Per me è un debutto, a Varese sono venuto una sola volta, nel 1989, assieme a Ugo Tognazzi, a mettere in scena, al teatro Impero, “M. Butterfly”, un testo di Wong per la regia di John Dexter, in cui interpretavo Song Lilling, una dolce fanciulla che in realtà era un travestito. Chissà se qualcuno si ricorda ancora di quello spettacolo». Arturo Brachetti va indietro con la memoria, agli inizi della sua incredibile carriera che lo ha portato a diventare uno dei più grandi artisti di varietà della scena mondiale. Oggi e domani, il celebre trasformista sarà al teatro Apollonio con il suo ultimo spettacolo, “Ciak si gira!” (inizio alle 21), una sorta di storia del cinema in cui l’artista indossa i panni di personaggi dei film di Fellini e di quelli che hanno fatto la storia di Hollywood, da Gene Kelly a Charlie Chaplin.A 54 anni Brachetti si diverte come un matto, e non si stanca di dar corpo a nuovi personaggi, con cambi di abito e trucco alla velocità della luce: in “Ciak si gira!” a un certo punto esce da un gigantesco televisore e diventa Zorro, Mary Poppins o Maciste con la facilità con cui un comune mortale si accende una sigaretta. I suoi spettacoli sono un concentrato di sogni e ricordi di bambino, cuciti con il ricamo della poesia, che incontrano il favore di un pubblico internazionale di tutte le età.Brachetti, essere sempre nei panni altrui non è un modo per rinunciare a se stessi?No, perché rimango sempre il marionettista dei miei personaggi, è un divertimento infantile, non un gioco schizofrenico. Le mie trasformazioni durano al massimo un minuto e mezzo, non faccio in tempo a “entrare nel personaggio” come fa l’attore, che per tre mesi deve interpretare il cattivo e magari finisce per diventare un po’ nervoso.A cosa

pensa quando non si trasforma?Il personaggio più difficile da interpretare sono io. Penso di essere totalmente banale fuori dal palcoscenico, tanto sono abituato a sorprendere me stesso e gli altri. Quando finisce la tournée cado in depressione, perché di solito vado a 180 all’ora e fermandomi di colpo il mio corpo me la fa pagare, si vendica. Nel 2004 a Parigi, ero all’apice della carriera: successo, soldi e una fidanzata perfetta. Ma non chiudevo più occhio. Andai dallo psicanalista che mi disse: “Ha esaurito i suoi sogni, deve puntare ancora più in alto”.E allora?Lo feci. Debuttai a Londra e ottenni l'”Oliver Award”, un riconoscimento molto prestigioso, così recuperai il sonno.Ora lei sta puntando a Broadway, sempre più su…Saremo a New York esattamente tra un anno, al teatro “Off Broadway”, faremo conoscere la commedia dell’arte italiana che è poi una parte dei miei show. Il pubblico americano, che ho conosciuto a Denver, Detroit o Houston, è calorosissimo, in fondo è composto di bambinoni, però è poco sensibile alla poesia.Il ruolo che preferisce in “Ciak si gira!”?Quando volo travestito da Ester Williams, la grande attrice americana che fu superba nuotatrice. Non bevo, non fumo e non mi drogo, volare in palcoscenico è per me un fantastico trip, nuoto nell’aria.Lei e Macario, entrambi piemontesi, avete avuto come primo insegnante di teatro un sacerdote.Sì, nel mio caso don Mantelli, quando ero in seminario. Mi insegnò l’arte del travestimento e un po’ di magia. Con Macario feci un provino nel ’78 e partecipai al suo ultimo spettacolo, “Oplà giochiamo al varietà”. Lui dietro le quinte mi diceva: “vuoi vedere che prendo l’applauso?” Usciva, faceva due mossette delle sue e il pubblico impazziva. Quando fui scritturato a Parigi glielo dissi. “Parti subito”, replicò, “e fatti furbo”. Allora Parigi era il punto di arrivo per ogni artista di varietà.Mario Chiodetti

L’intervista completa sul giornale in edicola oggi, martedì 18 ottobre

s.bartolini

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