Sono molto lieto di poter prendere la parola in questo tavolo territoriale di confronto straordinario, per l’organizzazione del quale ringrazio gli enti organizzatori. Abbiamo ascoltato i risultati della ricerca sulle tendenze del mercato del lavoro in provincia di Varese, che ci offre un supporto scientifico utile a sviluppare considerazioni, ragionamenti, propositi, per cercare di uscire da una situazione critica nella quale si ritrova la provincia di Varese, ma non solo, dopo più di tre anni dall’esplosione della crisi finanziaria mondiale, che ha avuto pesanti ripercussioni sull’economia reale.
A questo proposito, un prima riflessione che non attiene strettamente alla situazione del mercato del lavoro, ma a quella più in generale dell’economia.
Io credo che l’esplosione della bolla finanziaria, normalmente considerata come causa della conseguente crisi dell’economia reale, in realtà ne abbia soltanto messo in luce gli elementi di debolezza intrinseca. Essa ha fatto cioè emergere la crisi dei sistemi economici dei Paesi di più antica industrializzazione, dovuta ad una
progressiva perdita di competitività, che affonda le radici in anni lontani e che si è resa immediatamente e prepotentemente evidente dopo l’affacciarsi, sui mercati, dei Paesi di nuova industrializzazione. Ha fatto emergere, anche, la crisi dei debiti sovrani, che ha finito per riverberarsi sulla credibilità dei sistemi economici.
Le misure che in Italia e in Europa si stanno prendendo in queste settimane, finalizzate al contenimento della spesa pubblica, sono dunque ineludibili. Allo stesso modo, sono necessarie tutte quelle azioni, attivate e attivabile in ambito privato e pubblico, finalizzate al recupero di margini di produttività e competitività nel sistema produttivo.
Venendo al mercato del lavoro locale, la ricerca a cui facevo prima riferimento registra una sensibile diminuzione dei livelli occupazionali rispetto ai livelli pre-crisi: 16.000 lavoratori in meno, pari a -4% e al netto del recupero (+2%) verificatosi nel 2010 rispetto al 2009.
La ricerca evidenzia altresì che tale recupero si è verificato esclusivamente nell’industria. Da qui, un seconda considerazione. Ancorché in provincia di Varese non sia ormai più, da tempo, l’industria il principale serbatoio occupazionale, ciononostante, se qualcosa si muove in economia, è ancora l’industria a fare da traino. Un’altra delle osservazioni che, da più parti, sono state fatte dopo la crisi del settembre 2008, è che a pagarne le spese sono state di più le economie maggiormente finanziarizzate e di meno quelle maggiormente manifatturiere, come nel caso del nostro Paese. Mi pare che, anche considerando l’indicatore occupazionale, quell’osservazione dimostri ancor più la propria attendibilità.
Non è dunque per ragioni assiomatiche che mi permetto di ricordare un principio elementare della scienza economica classica e cioè che un sistema economico si regge sulle attività di produzione (agricola, artigianale, industriale) e che le attività terziarie non possono svilupparsi prescindendo dalla solidità delle prime. Per assicurare anche Terziario una prospettiva di crescita, è necessario avere un Primario e un Secondario forti.
Sulla medesima lunghezza d’onda, si deve fare un’altra considerazione e cioè che non può generarsi occupazione in presenza di una ripresa troppo debole dell’economia. È per questa ragione che il sistema di rappresentanza dell’industria insiste, non da ora, perché le necessarie misure atte a stabilizzare i conti dello Stato siano accompagnate da altre misure finalizzate a rilanciare lo sviluppo. Su questo punto tornerò in seguito.
La ricerca evidenzia poi, come dato considerato preoccupante, l’aumento di giovani NEET (Not in Employment, Education and Training), che in provincia di Varese sono circa 22.000. Un dato percentualmente ancora più elevato, rispetto a quello medio lombardo, se si considera la fascia dei giovani laureati. È questo un dato che andrebbe tuttavia considerato insieme ad un altro fenomeno, quello del mismatch tra domanda e offerta di lavoro.
È evidente che iscriversi ad un corso di laurea in Ingegneria sia considerato più impegnativo rispetto ad altri corsi. Tuttavia, occorre lavorare perché quel mismatch sia progressivamente superato, se non vogliamo che i nostri figli si facciano del male da soli e che le nostre imprese abbiano difficoltà a reperire le figure professionali maggiormente ricercate.
È quindi necessario proseguire in quell’attività di orientamento indirizzata ai giovani, alle loro famiglie, ai docenti delle scuole medie, per indirizzare i giovani verso studi più consoni alle necessità del mercato del lavoro. Ad esempio gli istituti tecnici, non solo per formare figure direttamente professionalizzate, ma anche per allargare il bacino degli aspiranti ai Politecnici. I dati di questi ultimi, del resto, dicono che le matricole provenienti dagli istituti tecnici non sono affatto meno preparate, né meno capaci, rispetto a quelle provenienti dai licei.
Ho fatto prima riferimento alla necessità di misure finalizzate allo sviluppo. A questo proposito, consentitemi di ricordare che una cosa sono le misure congiunturali destinate ad imprimere un’accelerazione alla crescita di un’economia stagnante; altra cosa sono le azioni che la politica e la pubblica amministrazione possono e devono fare per creare le condizioni utili al migliore dispiegarsi dei processi economici.
Nel primo caso, come ho detto, si tratta di misure di carattere congiunturale. Nel secondo, si tratta di iniziative e attività che appartengono al medio-lungo periodo, ma che, proprio perché stanno dentro un lasso di tempo prolungato, sono in realtà attività e iniziative che non possono che appartenere al quotidiano e non possono prescindere da uno sforzo e da una capacità di vision sul futuro.
Troppo spesso, sono proprio queste ultime, quelle che fanno difetto. Troppo spesso, nella storia del nostro Paese, esse hanno fatto difetto perché è mancata una linearità nell’azione politica, che è invece stata condizionata da atteggiamenti poco pragmatici e troppo ideologici.
Ripete spesso Massimo Cacciari che, dopo la caduta del Muro di Berlino, le categorie di “Destra” e di “Sinistra” hanno perduto valore. Io mi auguro che la politica, in Italia, si convinca presto di quanto sia vera quell’affermazione e che tutte le forze politiche sappiano trovare un sentiero condiviso sul quale camminare avendo di mira un obiettivo comune: quello di accompagnare il nostro paese verso un futuro migliore per tutti. Lasciando da parte gli interessi elettorali, che troppo spesso hanno portato ad un livello di litigiosità tale da paralizzare, nei fatti, l’azione politica.
Ciò che intendo esattamente dire è che le condizioni per lo sviluppo richiedono un impegno costante e continuativo nel tempo per creare un terreno fertile, dove le attività di impresa possono crescere. Troppe volte abbiamo assistito a consigli comunali aperti convocati per comunicare la sensazione, solo la sensazione, di un impegno forte in presenza di crisi aziendali vistose. Ci siamo sempre chiesti cosa fosse stato fatto, prima, per cercare di evitare le crisi. Chiudere il recinto quando l’animale domestico è scappato, non è mai servito a nulla.
Oggi, sul nostro territorio, vi sono alcuni casi vistosi di imprese con lavoratori in uscita. Sono casi che fanno parlare, per la numerosità dei lavoratori interessati. In realtà, è ancor più consistente il decremento dell’occupazione nel settore industriale considerato nel suo insieme. A tale fenomeno sociale si cerca di fronteggiare mediante l’utilizzo degli ammortizzatori sociali.
A quelli tradizionali – cassa integrazione ordinaria e straordinaria, previste dall’apposito fondo INPS alimentato da i contributi mensili di tutte le imprese industriali – è stata affiancata, dopo la crisi del settembre 2008, la cassa integrazione cosiddetta “in deroga”, alimentata invece dalla fiscalità generale. Aver previsto la cassa “in deroga” è stata una scelta politica necessaria e degna di un Paese civile. Non si deve però dimenticare che quella ordinaria e straordinaria non grava sul bilancio dello Stato, non è un beneficio a favore delle imprese dell’industria, in quanto sono queste stesse imprese che accantonano presso l’INPS le risorse necessarie per attingervi nel bisogno.
È necessario fare chiarezza su questo punto, soprattutto nei confronti dell’opinione pubblica, ma anche per evitare tentazioni di travaso dall’uno all’altro fondo, che sarebbe certamente un’operazione impropria. Così come improprio sarebbe utilizzare i fondi accantonati dalle imprese industriali finalizzati alla formazione continua dei propri dipendenti per farne beneficiare imprese di altri settori, non tenute ad un obbligo contributivo a ciò destinato. Tanto più, in un momento come l’attuale, nel quale si pone molto evidente il problema di preservare e arricchire le competenze professionali. L’impoverimento del capitale umano è ancor più deleterio dell’impoverimento del livello tecnologico. La vera risorsa strategica di ogni impresa, è l’uomo. Sull’uomo, così come sulla ricerca e sulla tecnologia, le imprese non possono mai cessare di investire.
E noi imprenditori continuiamo ad investire nelle nostre aziende perchè crediamo nel futuro delle stesse e del Paese. Abbiamo alle spalle una solida tradizione produttiva, operiamo in un contesto territoriale ricco di capacità e di competenze professionali, con uno spirito di iniziativa spiccato e una dedizione al lavoro proverbiali.
Abbiamo dimostrato di saper reagire velocemente alla crisi dei mercati tradizionali cercando nuovi sbocchi in altri mercati emergenti, come quelli dei cosiddetti Paesi BRIC (Brasile, Russia, India, Cina). Nonostante un erto indebolimento della crescita anche in quei Paesi, i dati delle esportazioni varesine verso quelle aree, nei primi nove mesi di quest’anno, evidenziano variazioni positive rispetto al medesimo periodo del 2010, tranne verso l’India, con percentuali superiori alla media delle esportazioni nel mondo (+10%) e con punte del 15,4% in Russia e del 21% in Brasile.
Non ci scoraggiamo ma traiamo dalle difficoltà nuova forza per superare la crisi. Inutile sarebbe vagheggiare momenti più felici del passato. Viviamo nell’oggi e l’oggi è quello che è. Da lì dobbiamo partire. È però il futuro che dipende da noi.
s.affolti
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