BUSTO ARSIZIO Tutti noi abituati alla leggerezza e alla velocità con la quale i tasti obbediscono ai nostri comandi, alla pressoché totale assenza di suoni che accompagna i nostri gesti, alla possibilità – irrinunciabile – di cancellare e riscrivere infinite volte senza lasciare tracce, non potremmo fare a meno di un computer, ma ciò non toglie nulla al fascino e alla meraviglia che suscitano i primi strumenti di scrittura meccanici. Apre oggi alla Biblioteca capitolare, in via Don Minzoni 1, la mostra “La macchina per scrivere da fine ottocento ai primi del novecento”, allestita con pezzi unici della collezione di Pierantonio Casagrande. Trentadue i modelli che si possono ammirare: la più vecchia, una Caligraph del 1890, la più venduta una Underwood del 1900, la più scenografica una Hammond Multiplex con tastiera a semicerchio, probabilmente piuttosto scomoda da usare, ma bellissima. Osservando da vicino questo oggetti si intuisce la fantasia dei progettisti, che sperimentavano una varietà di soluzioni, estetiche e tecniche, per la stessa funzione, ad esempio il passaggio dalla scrittura “cieca”, cioè con il foglio nascosto, a quella visibile, dalle tastiere estese con tutte le lettere, minuscole e maiuscole, al singolo elemento rotante con tutti i caratteri. Ingegnose anche le macchine portatili, più piccole ed essenziali
rispetto alle pesanti e a volte “monumentali” sorelle maggiori; da non perdere la Mignon con selettore per la ricerca del carattere, una specie di puntatore che andava posizionato sulla lettera, prima di premere il martelletto.Entrato alla Olivetti nel 1960, Casagrande ha iniziato a collezionare macchine da ufficio, per scrivere e da calcolo, una decina di anni fa; ad oggi possiede 350 esemplari, novanta per cento dei quali funzionanti, comprati principalmente ai mercatini, ultimamente anche su internet. «In una biblioteca la scrittura è di casa» commenta il curatore, quasi a voler giustificare la presenza di questi “corpi estranei” tra i preziosi volumi antichi. In questo viaggio, che ci riporta indietro fino alle scrivanie di inizio ‘900, ci sembra di sentire il rumore secco della leva che batte sul rullo e il campanello di fine corsa, e immaginiamo schiere di impiegati, segretarie e magari scrittori. Ai nostalgici del nastro bicolore e del foglio di carta non resta che cercare nelle soffitte: il mese scorso in India ha chiuso l’ultima azienda produttrice di macchine da scrivere. L’esposizione è aperta da oggi domenica 22 fino al 29 maggio, domenica dalle 10 alle 12.30 e dalle 15.30 alle 18.30; martedì, mercoledì, venerdì e sabato nel pomeriggio, con gli stessi orari.Emilia Carnaghi
m.lualdi
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