Autorità, cari colleghi, signore e signori,
non è solo una tradizione quella che ci fa ritrovare in questo momento dell’anno. Non è solo una formalità il cercare di guardare insieme con grande spirito critico al passato e con ancor più grande fiducia al futuro.
Questo è un momento che può diventare significativo per ciascuno di noi se ci aiuterà a ritrovare il senso di un cammino che ci vede protagonisti, se ci porterà anche per piccoli frammenti a ridisegnare la nostra comune identità di imprenditori.
Il senso e l’identità: due parole su cui riflettere, due elementi che appaiono fondamentali all’interno della realtà in cui viviamo.
Il senso di un impegno nell’impresa che diventa necessariamente impegno per la società.
L’identità dell’imprenditore nel riscoprire e adattare al momento attuale, e soprattutto al futuro, i valori di fondo del costruire, dell’organizzare, dell’innovare. Con la fiducia necessaria.
La fiducia è l’ingrediente fondamentale dei rapporti umani così come della crescita economica. La fiducia in se stessi, prima di tutto. La fiducia in tutti coloro che ci circondano, per costruire insieme e per affrontare insieme le nuove sfide. E il tema di questo nostro incontro proprio in questa prospettiva è altrettanto decisivo, quanto ambizioso: crederci.
Crederci, in un territorio come il nostro, vuol dire impegno a portare avanti uno sviluppo industriale solido, che va, però, “manu-tenuto”, rinnovato e riadattato.
E’ questa la quarta volta, e quindi l’ultima, in cui grazie alla vostra fiducia guido da Presidente questa Assemblea. Quattro anni in cui abbiamo vissuto una crisi senza precedenti nell’economia mondiale, in cui abbiamo toccato con mano la difficoltà di trovare un ambiente favorevole alla dimensione industriale, in cui ci siamo riuniti cercando ogni volta nuovi motivi per sostenere il nostro cammino.
La nostra Assemblea, questa Assemblea, è comunque solo un momento del lavoro che quotidianamente impegna gli associati, la struttura, i dirigenti in una miriade di iniziative e di eventi tutti finalizzati a dare basi sempre più solide alla nostra presenza sul territorio e sui mercati.
Un impegno che alla base ha una grande passione imprenditoriale. Con una mentalità che può essere tutto, ma non deve essere conformista. E’ la passione, che tutti condividiamo, che motiva questo mio primo richiamo.
Industriarsi per il futuro.
Così avevo voluto intitolare l’Assemblea del 2008 con la mia prima relazione da Presidente. Di lì a pochi mesi sarebbe deflagrata la crisi finanziaria più profonda degli ultimi decenni. Una crisi che avrebbe trascinato con sé, nostro malgrado, pesanti conseguenze anche per il mondo dell’industria manifatturiera.
Già da allora avevamo voluto segnalare la necessità di Industriarsi per il futuro. Sottolineando in particolare un concetto di impresa strettamente legato non solo alla creazione di valore. Ma, proprio attraverso il valore, anche al miglioramento del benessere sociale, al giusto equilibrio tra collaborazione e competizione, all’impegno di ciascuno nel costruire sempre migliori opportunità.
L’impresa, in questo ruolo di generatrice di benessere collettivo, svolge una funzione per sua natura socialmente responsabile. Eppure, come accennavo in quell’Assemblea, questo legame tende ad essere sempre meno evidente: condividere i valori della cultura d’impresa appare agli occhi di molti e, quel che è peggio, agli occhi dei giovani, come qualcosa di superato. Un timore di cui abbiamo trovato conferme nell’indagine demoscopica che quest’anno abbiamo commissionato ad Ipsos. Con essa abbiamo voluto verificare senza pregiudizi l’immagine che l’industria ha nel nostro territorio e il ruolo che i cittadini le attribuiscono. E’ stato sentito un campione molto ampio, rappresentativo della totalità della popolazione: dalla casalinga al professionista, dal giovane al laureato, dall’operaio al sacerdote.
Dalle interviste è emersa un’idea d’impresa vista come elemento tradizionale, utile a creare ricchezza, necessaria per dare lavoro e far crescere il benessere individuale e collettivo, ma che fatica ancora ad affrancarsi da un immaginario collettivo legato ai vecchi concetti del lavoro ripetitivo e ai nuovi rischi della precarietà.
Ciò anche perché, va sottolineato, la crisi degli ultimi anni ha colpito senza dubbio profondamente il tessuto sociale, le relazioni personali, gli stessi legami familiari. E’ attorno a noi la dimensione dell’incertezza, di un’occupazione difficile, dell’estendersi di una prospettiva mai vista prima: quella per cui i figli hanno sempre più difficoltà a compiere passi avanti rispetto alla condizione dei padri. Come istruzione, come reddito, come carriera nel posto di lavoro (Ipsos). Abbiamo così di fronte una realtà sociale che, se da un lato è appagata dal benessere accumulato nel passato, dall’altro appare frustrata nel ritrovare il significato del proprio agire e incapace di ricostruire giorno per giorno una speranza di miglioramento per il futuro.
Uno scenario che due anni fa avevo voluto allontanare con una forte parola d’ordine: ripartire.
Ripartire. Un concetto, ricordavo allora, che contiene in sé tante declinazioni.
Ri-motivarsi. Guardarsi con obiettività e senza catastrofismo: la crisi è una crisi di domanda. Quello che sapevamo produrre prima lo sappiamo produrre, e bene, ancora adesso.
Ri-pensare. Analizzare sotto una luce differente ciò che facciamo, i nostri prodotti, i rapporti con clienti e fornitori, la nostra organizzazione interna.
Ri-progettare. Ripensare ai nostri mercati di riferimento. Essere preparati a cercare opportunità inconsuete dandoci obiettivi selettivi. Ri-allacciare. Cercare nuove alleanze tra le imprese e con la finanza sana, quella che continua ad esistere e ci permette di crescere.
Ri-collocarsi. Ritrovare gli spazi di crescita in un’Europa, dicevo allora, capace di offrire sempre nuove opportunità. Un’Europa, dico ora, che rimane la nostra unica dimensione minima per esistere in uno scenario geo-economico in cui cambiano pesantemente gli equilibri tra grandi blocchi paese (americano ed asiatico). Un’Europa, però, e questi ultimi mesi lo insegnano, che deve essa stessa credere nel proprio essere Unione, non solo in maniera formale. L’Europa è ad un bivio in cui deve dimostrare, per prima a se stessa, di volere esistere in maniera unitaria: sviluppando una maggior coesione a partire dalle politiche economiche e monetarie, passando ad una reale maggior compattezza nelle politiche sull’immigrazione e sugli affari esteri.
E lo scorso anno, superata la boa delle difficoltà più gravi, ho parlato di metamorfosi.
Metamorfosi, come necessità di rifondare, sulla nostra identità, un modo diverso per affrontare i problemi nuovi di una società in cui la globalità non è solo uno slogan.
L’attuale momento storico richiede una riflessione profonda sui requisiti indispensabili per dominare il futuro e non esserne travolti: una nuova mentalità, un nuovo approccio ai problemi, una nuova etica.
E’ stato un percorso in evoluzione, quello che ha caratterizzato questi miei quattro anni di presidenza.
Industriarsi – Ripartire – Trasformarsi.
Sono state le parole chiave di un messaggio che ho voluto giungesse forte prima di tutto a noi che facciamo impresa quotidianamente, al territorio che dell’impresa vive, a tutti gli attori sociali – sindacati, amministratori locali – all’opinione pubblica, che hanno una parte fondamentale nel far sì che l’impresa possa continuare a vivere qui.
In un’ottica di collaborazione costruttiva. In una logica secondo cui l’impegno di ciascuno moltiplica i propri risultati grazie all’impegno degli altri. Ma non ci siamo limitati ai messaggi: come associazione, abbiamo lanciato delle proposte.
Nel 2008 quella di mettere a frutto i proventi aggiuntivi che potrebbero derivare da una crescita con meno vincoli indirizzandone idealmente: un terzo alla scuola – favorendo l’esperienza dei giovani all’estero – un terzo all’ambiente, un terzo alla modernizzazione organizzativa.
Nel 2009 quella di valorizzare il manifatturiero e di avvicinare i giovani al mondo delle imprese.
Nel 2010 invitando tutti noi a praticare modelli di sviluppo differenti, basati sulle reti di interessi e su una maggior cooperazione di sistema.
Sono state proposte con cui, lasciatemelo dire con orgoglio, possiamo affermare di aver iniziato un percorso. Nella scuola abbiamo anticipato sperimentalmente la riforma offrendo un contributo operativo ai comitati di indirizzo negli istituti tecnici, organizzando corsi di formazione e di aggiornamento delle competenze dei docenti sulle più moderne tecnologie applicate nelle nostre imprese in collaborazione con l’Università Carlo Cattaneo – LIUC, stringendo i legami tra le scuole superiori e l’università e rafforzando, ove possibile, l’azione di orientamento a favore dell’istruzione tecnica dei ragazzi e delle ragazze.
Così è stato anche per la valorizzazione del manifatturiero, perseguita “strenuamente” attraverso una collaborazione strettissima con il Club dei 15 ed anche per la costruzione delle reti; basti ricordare l’azione svolta a favore del settore energia e del settore aeronautico, per citare solo i casi che hanno raggiunto la ribalta delle cronache.
E’ un messaggio, un percorso fatto di azioni, quello di questi quattro anni, che, alla luce di quanto sta accadendo nell’economia e nella politica, voglio ora ribadire e idealmente chiudere con un’esortazione forte: crederci.
Crederci è recuperare il senso del rispetto e la dignità per questo nostro Paese. Imparare una nuova semantica per il nostro stare insieme. Una semantica in grado di coniugare sacrificio con merito, responsabilità con senso di appartenenza.
Crederci vuol dire avere una grande fiducia in noi stessi, nei nostri collaboratori, ritrovare la stessa fiducia nelle persone che hanno responsabilità della cosa pubblica. E nello stesso tempo sollecitare noi stessi, i nostri collaboratori, le parti sindacali e coloro che hanno responsabilità di governo locale o nazionale, ad avere quella fiducia che è uno dei più importanti motori dell’economia per ritrovare la certezza della crescita, recuperare il senso di un impegno ricco di responsabilità, ma altrettanto ricco di soddisfazioni.
Crederci vuol dire guardare al territorio in cui viviamo come un terreno di grandi tradizioni industriali su cui, più che possibile, è doveroso trovare risposte diverse a problemi nuovi mantenendo intatta la volontà di costruire, di innovare, di sperimentare.
Crederci vuol dire ritrovare la forza di guardare con un’ottica di lungo periodo alle scelte che dobbiamo compiere, noi per primi, per poter poi sollecitare anche gli altri a seguirci. Ognuno al proprio posto. Ciascuno con le proprie responsabilità.
Le imprese, contribuendo a generare una parte sostanziale della crescita del PIL e delle entrate fiscali di questo Paese. Un Paese, non dimentichiamolo, in cui le imprese operano con un tax rate del 68,6%.
La politica, esercitando l’azione di governo, a cui è stata chiamata, in una prospettiva non individualistica e proiettata al futuro
Crederci vuol dire avere il coraggio delle nostre idee e la forza dei nostri valori. Lo abbiamo dimostrato il 7 maggio nelle grandi Assise di Bergamo che Emma Marcegaglia ha voluto e sostenuto e di cui la ringraziamo. Assise che hanno dimostrato come le imprese guardino con concretezza e responsabilità ai problemi sul tappeto. Imprese che in questo momento così particolare per il Paese chiedono alla politica “non aiuti o sussidi, ma poche e chiare riforme. Regole, sì, ma semplici e valide per tutti”.
Crederci è facile: basta ricordare che l’impresa, ogni impresa, è soprattutto una realtà viva, dinamica, unica, integrata visceralmente in un territorio come quello delle nostra provincia in cui ci sono 9 imprese per kmq – contando solo quelle manifatturiere – contro una media di quasi 5 in Lombardia e circa 2 in Italia. Una realtà in cui, ogni tre persone, una lavora nell’industria ed ognuno ha almeno un famigliare che lavora in azienda. Un territorio in cui il 35% della ricchezza è generato direttamente dall’industria, contro il 30% della Lombardia ed il 25% dell’Italia. Impresa e territorio costituiscono, per noi, un binomio inscindibile.
Un intrecciarsi di radici del nostro passato che traccia il profilo del nostro presente e determina ogni nostro possibile futuro. Un futuro “unico”, ancora una volta, fortemente industriale.
Abbiamo sentito che questo legame aveva bisogno di essere rimarcato. Senz’altro per renderlo evidente, ma anche per poterlo ri-condividere.
Abbiamo bisogno di rafforzare queste nostre radici per costruire il nostro futuro.
Dall’indagine di cui parlavo prima sono emersi molti punti forti: soprattutto la realtà di un territorio in cui si vive bene per la serenità dei luoghi e per la ricchezza costruita in passato. Infatti il 69% degli intervistati è soddisfatto della qualità di vita raggiunta nella provincia e solo il 29% è soddisfatto della situazione generale in Italia. Si percepisce l’orgoglio, ma ad esso si affiancano anche aspetti problematici: dai problemi della vita quotidiana, come il traffico o l’inquinamento, alla difficoltà di intravedere un modello ben definito per i prossimi anni. All’industria viene riconosciuto un grande valore, ma con qualche difficoltà nel considerarla ancora l’unico punto centrale per il futuro. Il 93% considera che oggi la provincia di Varese non potrebbe fare a meno, in tutto (64%) o in parte (29%), dell’industria manifatturiera. Se però si proietta questo valore tra 20 anni la percentuale scende al 75%. Pur valutando positivamente i caratteri legati all’innovazione, alla ricerca, alla creatività, pur riconoscendo all’industria un ruolo centrale nell’offerta di posti di lavoro, sembra emergere soprattutto da parte dei giovani una sostanziale mancanza di attrattività quando dalle prospettive per il territorio si passa alle proprie scelte personali. Il legame tra i giovani e le loro aspettative indebolisce la conferma della scelta territoriale. Nonostante ci sia tra loro un’elevata propensione all’imprenditorialità, si manifesta una difficoltà a vedere la stessa applicata su base locale. C’è tra i giovani la sensazione di un territorio poco dinamico.
E’ il nostro problema dell’oggi.
E’ una realtà che non possiamo sottovalutare, sono percezioni che devono smuovere innanzitutto noi imprenditori, ma anche quanti hanno responsabilità dirette nella vita politica e sociale della nostra provincia.
Dando spazio ai progetti concreti: innanzitutto nelle scuole, perché il formarsi della cultura dei giovani possa confrontarsi con la concretezza della realtà economica. Ma anche sollecitando i docenti, le famiglie, i banchieri, gli amministratori, i sindacalisti a non deludere quell’aspirazione all’imprenditorialità che emerge molto forte e che ha bisogno come l’ossigeno di un contesto favorevole in cui operare.
Non siamo solo noi. E’ anche il territorio che deve nuovamente crederci.
Dobbiamo purtroppo riconoscere, al di là dell’ottimismo istituzionale che ogni giorno riusciamo spontaneamente ad avere, che ci troviamo, come società italiana e come classe dirigente, quasi a metà di un guado difficile e pericoloso. Perché, come dimostra la stessa ricerca, c’è in fondo, una crisi di conoscenza e un inaridimento della speranza. C’è una sensazione di stanchezza nel doversi impegnare in una società nella quale paradossalmente aumentano le regole e i vincoli, mentre non si riescono ad abbassare gli oneri fiscali, burocratici e amministrativi. E nello stesso tempo aumenta l’area del compromesso, dell’illegalità, di quell’economia di relazione che privilegia il do ut des alla logica del merito, della capacità, della professionalità.
C’è l’irresponsabilità portata a sistema: pochi oggi pagano gli errori commessi. Pochi si sentono collettivamente responsabili. Eppure ciascuno è responsabile di quello che singolarmente fa, o non fa. Il futuro del territorio, poi, è una responsabilità di tutti noi.
C’è, a livello generale, nella percezione della “gente”, la sensazione che la realtà dell’impresa, soprattutto nella sua dimensione manifatturiera, appartenga al passato. O peggio ancora che essa si possa naturalmente “autoriprodurre” nel futuro, al di là delle condizioni d’ambiente. Si fa spesso riferimento ad un passato fatto dai grandi stabilimenti produttivi. Ad un passato che ha certamente costruito la ricchezza del nostro territorio, ma che viene spesso considerato come un capitolo chiuso, un frammento ingombrante di archeologia industriale.
E invece l’industria manifatturiera, la nostra industria manifatturiera, non ha mai smesso di produrre ricchezza e di creare valore per se stessa, per i suoi collaboratori e per il territorio in cui agisce. Certo ci sono state crisi, chiusure e ristrutturazioni, ma altre imprese sono nate, sono cresciute, si sono affermate: e nella dinamica dell’economia il saldo è largamente positivo, anche se magari è realizzato con marchi meno noti o con nuove famiglie imprenditoriali. Ma è un saldo che per essere tale e continuare a garantire il benessere, sin qui assicurato, deve poter contare sul mantenimento di condizioni di contesto favorevoli all’attività d’impresa. Dobbiamo dirlo con forza ai giovani, dobbiamo sottolineare gli elementi positivi della nostra realtà industriale, dobbiamo rinnovare il “contratto sociale” che è alla base dello sviluppo dell’impresa nel territorio.
Bisogna innanzitutto conoscere i numeri per capire che crederci si può, anzi si deve!
La provincia di Varese, pur nella crisi che l’ha colpita, ha mantenuto un tasso di occupazione che è superiore di sette punti alla media italiana e ha un tasso di disoccupazione che è di tre punti più basso, dato che nel 2010 si è fermato al 5,3% (contro un’Italia all’8,4%). Questo vuol dire che, nonostante l’ondata della crisi non si sia ancora arrestata, le nostre industrie combattono per offrire maggiori opportunità, difendono con tutto l’impegno che possono i posti di lavoro, presentano ancora ai giovani possibilità di accedere a un impiego.
La nostra provincia pur avendo solo l’1,5% della popolazione italiana contribuisce per il 2,6% sia alle esportazioni, sia al valore aggiunto manifatturiero del Paese. Segno di una forza della dimensione industriale che nasce da una lunga tradizione, ma che continua a svilupparsi secondo un circolo virtuoso che crea sviluppo, innovazione, competitività.
Varese è una piccola provincia che sa produrre beni come intere regioni (Liguria o Friuli Venezia Giulia). Ed il benessere raggiunto grazie allo sviluppo economico industriale si traduce in buon tenore di vita, 20° posizione su 107 province italiane, ed un ottimo 4° posto se consideriamo Servizi, ambiente e salute, secondo la ricerca annuale de “Il Sole 24 Ore”.
Varese è al 17° posto nella classifica nazionale della presenza di imprese ad elevato contenuto tecnologico, quarta in Lombardia con il 15% dell’export regionale di alta tecnologia, mentre l’export complessivo su quello regionale arriva a quota 9%, con un saldo commerciale che si è sempre mantenuto positivo nonostante la crisi.
Un risultato certamente confortante che tuttavia dobbiamo considerare un punto di partenza, una solida base su cui costruire.
Coscienti dei problemi che abbiamo già affrontato e che dobbiamo ancora affrontare, convinti che il sistema industriale abbia certamente grandi opportunità e soprattutto altrettanto grandi responsabilità nel perseguire i propri obiettivi.
Accettando ed anzi rivalutando il rischio. Il nostro compito è di stare con i piedi per terra, nella concretezza dell’agire quotidiano, nella logica del fare impresa manifatturiera.
Dobbiamo vincere l’illusione che la crescita in qualità della vita sia in contrasto con lo sviluppo economico misurato con i tradizionali metodi del prodotto interno lordo, dell’occupazione, del reddito. E’ importante che l’economia faccia scelte secondo le logiche della qualità, della compatibilità, della sostenibilità e non solo secondo indici puramente quantitativi. La quantità è una premessa, non un’alternativa alla qualità.
Produrre ricchezza è condizione indispensabile per affrontare e risolvere i problemi dell’equità e delle disuguaglianze. E’ un collante fondamentale per poter garantire il nostro stare insieme. Ognuno con il proprio ruolo.
L’impresa come generatrice di valore.
Lo Stato nelle sue varie espressioni, anche in quelle in via di rivisitazione attraverso la riforma federalista, deve continuare ad essere il fondamento del nostro stare insieme.
La politica come strumento per costruire le basi della comunità. L’organizzazione sociale, le politiche di redistribuzione, la gestione dei beni collettivi, la garanzia di equità e giustizia sono condizioni che fanno la differenza. Sono tra gli strumenti attraverso cui la politica deve garantire da una parte, le condizioni per la crescita e, dall’altra, quella rete di interventi che possono costantemente migliorare il benessere collettivo.
E’ una politica che deve rifuggire l’incapacità di definire e sostenere le priorità, la continua tentazione del rinvio, l’inadeguatezza delle scelte per ridurre gli sprechi e tagliare le spese improduttive, anche a costo dell’impopolarità. Il richiamo del Governatore della Banca d’Italia è stato estremamente chiaro in merito all’assoluta necessità di ristrutturare la spesa pubblica. E l’OCSE lo ha ribadito.
La crescita richiede anche politiche energetiche lungimiranti: riflettiamo profondamente su rischi e problematiche di una alternativa nucleare, ma non decidiamo, in maniera emotiva o politicamente speculativa, di rinunciare a priori ad una seria valutazione scientifico/economica. La crescita richiede un mercato del lavoro aperto. Un sistema scolastico ed universitario proiettato al futuro. Un convinto sostegno alla ricerca. Una giustizia capace di garantire la certezza del diritto. Un’amministrazione snella ed amica del cittadino. Ognuno di questi punti meriterebbe un esame attento e un richiamo approfondito.
Ma di fronte a questi temi quello che risalta, soprattutto se ci si confronta con gli altri Paesi, è il ritardo italiano, un ritardo aggravato dal fatto che la politica troppo spesso sembra parlare d’altro. Certo, va dato atto alla buona volontà di alcuni ministri ed amministratori se la parola efficienza ha trovato spazio nel Palazzo. Così come dobbiamo avere fiducia nel fatto che riforme importanti come quella del federalismo possano smuovere nel senso della modernità le tradizionali e arrugginite leve della gestione della cosa pubblica. Ma dobbiamo rilevare come troppe volte l’ambizione si fermi al primo ostacolo, come le esigenze di cambiamento si blocchino di fronte agli interessi di breve periodo e di piccolo potere. E’ anche per questo che l’Italia, da almeno quindici anni, appare un Paese incapace di crescere adeguatamente e di stare al passo con gli altri grandi Paesi industrializzati. Un Paese che sta vivendo una crisi d’identità in uno dei peggiori momenti dal punto di vista economico.
L’Italia sembra continuamente essere il Paese delle virtù private che devono fare i conti con i vizi collettivi. Dobbiamo riconoscere che i rapporti personali, in campo politico e sociale nel nostro territorio, siano costantemente improntati all’apertura, al dialogo, al confronto costruttivo. Con i politici locali così come con i sindacati abbiamo avviato negli ultimi anni accordi e progetti guardando insieme nella direzione della crescita, della valorizzazione delle risorse, del rispetto delle reciproche competenze. Ma il quadro normativo, i vincoli procedurali, gli oneri amministrativi sembrano il più delle volte complottare contro la buona volontà delle persone e delle istituzioni.
Il Governo ha certamente adottato provvedimenti decisamente importanti e positivi sul fronte complessivo, mantenendo in sicurezza i conti pubblici e garantendo piena copertura agli ammortizzatori sociali.
Così come in alcuni ambiti si è mosso positivamente nei confronti delle imprese, con la moratoria sui debiti, le agevolazioni alle reti, la creazione del Fondo d’investimento per lo sviluppo, il tentativo fatto a sostegno del Made In. Ha varato il primo decreto attuativo del Piano Nazionale della Ricerca, che risponde ad alcune nostre richieste in termini di semplificazione fiscale, normativa e regolamentare, che prevede un credito d’imposta, anche se non strutturale e non quantificato.
Gliene va dato atto. Ma questo non vuol dire che non si debbano sollecitare alcuni passi improcrastinabili, per esempio una profonda ed urgente riforma fiscale. Così come sono mancati avanzamenti decisi sul fronte delle liberalizzazioni, di una politica più coraggiosa sulle infrastrutture, di una più attenta e significativa difesa della presenza italiana nel mondo. E, lasciatemelo dire a nome di quanti come me girano il mondo per lavoro: quanto le nostre imprese avrebbero bisogno di una nuova immagine del Paese!
La politica, chi governa e chi è all’opposizione, può e deve rispondere creando uno scenario di certezze e di stabilità per il sistema delle imprese, un quadro di regole chiaro per lo sviluppo dell’economia.
Come ho avuto l’onore di sottolineare direttamente al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, “Invochiamo stabilità, ma non solo di governi e di parlamenti. Stabilità negli indirizzi di fondo dell’azione politica, che devono travalicare la fisiologica rotazione degli esecutivi. Stabilità nella visione che si ha del Paese e del suo futuro. Stabilità nelle regole, senza la quale il corpo sociale si trova disorientato e, alla lunga, prova disaffezione verso le regole medesime. Stabilità nelle regole anche per favorire gli investimenti economici, dall’interno e dall’esterno e così poter avere una prospettiva di crescita che riassorba le sacche ancora troppo grandi della disoccupazione, specialmente nelle regioni più deboli.”
Credere a queste possibilità vuol dire aver fiducia nelle grandi potenzialità di questo nostro Paese, un grande Paese che ha in queste settimane riscoperto il valore di una unità fatta di tante, diverse, ma importanti componenti.
Guardando più vicino a noi abbiamo l’avvicinarsi dell’Expo 2015, un’occasione che non possiamo lasciare che vada sprecata. Ma anche la possibilità per una spinta importante per la realizzazione di infrastrutture che aspettavamo da decenni e che hanno incominciato a prendere forma: la Pedemontana che avanza, il collegamento Arcisate-Stabio che ci connetterà con la trasversale ferroviaria alpina proveniente dalla nuova galleria del Gottardo.
E mentre Malpensa ha saputo risollevarsi dopo le scelte rinunciatarie di quella che era una grande compagnia di bandiera – aumentando i passeggeri nel 2010 dell’8% ed il traffico merci del 26,6% – possiamo guardare con spirito costruttivo alla possibilità di rimediare alla cronica congestione delle infrastrutture dopo che la nostra realtà era stata per anni all’avanguardia con la fitta rete dei grandi canali d’irrigazione del XIX secolo e con la prima autostrada del mondo, proprio la Milano-Varese inaugurata nel 1924. Primati che non possiamo non riprometterci di eguagliare o superare.
Anche per questo dobbiamo guardare avanti: in Europa si stanno progettando soluzioni di mobilità al 2050. Una visione lunga che nel campo delle infrastrutture, così come nel campo importantissimo dell’energia, è indispensabile per rispondere alle esigenze di crescita economica e di qualità della vita.
Infrastrutture moderne, non solo di mobilità, che ci devono aiutare a rendere sempre più collegato il nostro territorio con il mondo. Parliamo di infrastrutture a banda ultralarga come quelle che si stanno per sperimentare anche in alcuni comuni della nostra provincia, di tecnologie di copertura del digital divide, che proprio da Varese ha visto partire l’iniziativa imprenditoriale privata più significativa del nostro Paese in ambito wireless. Parliamo di adozione di un’Agenda Digitale varesina che possa rendere questo territorio più appetibile ai giovani, a quei nativi digitali che, come ci ha suggerito la nostra ricerca, percepiscono le loro prospettive qui, come prospettive limitate. Sforziamoci, anche per loro, di rendere moderno questo territorio.
Un territorio che amiamo. Un territorio che ha saputo dare molto alle imprese ed al quale le imprese hanno saputo dare molto.
Tuttavia viviamo tempi caratterizzati da un equilibrio che è diventato più fragile e che ha bisogno di essere continuamente ricercato e mantenuto.
C’è infatti, nella ricerca che ho citato, la pericolosa percezione nella nostra gente di un tendenziale, anche se lento, peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro, di un aumento dell’insicurezza, di un crescente rischio per l’occupazione. E’ una sensibilità che si basa indubbiamente su dati reali, ma da cui si può e si deve ripartire. La nostra società e anche il nostro territorio sono in grado di rispondere costruttivamente alle nuove dinamiche sociali.
Confermo l’impegno preso negli anni: gli imprenditori sono pronti a fare la propria parte.
A metterci del loro continuando ad investire e raccogliendo la sfida di un nuovo sviluppo.
Serrando le fila ed andando avanti con orgoglio e senso di responsabilità.
Ci attendono sacrifici. Ne siamo consapevoli.
Ci attendono cambiamenti, ma non ci spaventano.
L’unica cosa che dobbiamo temere è di non essere “accompagnati” in questa corsa in avanti verso il futuro.
L’unica cosa che chiediamo è la sicurezza di sentire con noi – a fianco a noi – il territorio, la gente, i giovani. Lascio quindi questa presidenza con un’ultima esortazione. Crederci, crederci insieme. Crederci per noi. Crederci, soprattutto, per le nuove generazioni a cui dobbiamo saper trasmettere l’entusiasmo per ciò che l’industria significa, per le opportunità che porta con sé. Su questo non ho dubbi che Gianni Brugnoli, tra i più giovani Presidenti del nostro Sistema associativo nazionale, saprà indirizzare le attività dell’Unione. Ma all’entusiasmo, alla voglia di auto-imprenditorialità, al desiderio dei giovani di mettersi alla prova, che la ricerca Ipsos ha messo in luce come fattore qualificante di questa provincia, va data la possibilità di esprimersi. Mantenendo le condizioni di contesto più favorevoli.
E’ questa la sfida che noi imprenditori raccogliamo e che anche la politica deve raccogliere: quella di mantenere “giovane” il territorio. Quella di sapere far entrare in circolo la modernità. Quella di dare al territorio, ai giovani, alle imprese, ed a tutti coloro che lo desiderano, una prospettiva.
Come suggeriva Abraham Lincoln: “Voler lavorare è un desiderio così raro che andrebbe incoraggiato”.
Buon lavoro a tutti!
m.lualdi
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