BUSTO ARSIZIO I medici, prima di ogni altra cosa, si devono ricordare del giuramento di Ippocrate quando, per esigenze di bilancio, sono spinti a far quadrare i conti degli ospedali affrettando le dimissioni di pazienti che avrebbero bisogno di qualche giorno di ricovero in più rispetto agli standard previsti dalle linee guida in vigore nella sanità pubblica. È la Cassazione – suscitando reazioni contrastanti – a richiamare i camici bianchi a non svilire la loro professione cedendo a «logiche mercantili», e uniformandosi a direttive delle quali non si conosce nemmeno il valore scientifico.Il segnale è forte: a farne le spese, un medico dell’ospedale di Busto Arsizio, che vede di colpo cancellata la sua assoluzione dall’accusa di aver causato la morte di un paziente cardiopatico. Dimesso troppo in fretta, seppur in ottemperanza degli standard statistici di degenza.«Linee guida» rispettate e, dunque, secondo la Corte di Appello di Milano, niente responsabilità del medico per il decesso di R. B., morto il giorno stesso in cui era stato mandato a casa, il 18 giugno del 2004, dopo nove giorni di ricovero per infarto del miocardio.Ma la Suprema Corte non ha condiviso la prevalenza delle preoccupazioni di tipo manageriale sul diritto alla
salute. E ha accolto il reclamo della Procura di Milano, della moglie e del figlio del povero R.. Fumatore incallito, obeso, con problemi di glicemia e trigliceridi alti: quel paziente era a rischio. Non doveva essere dimesso.Nel mirino della Cassazione, innanzitutto, finiscono le linee guida. «Nulla si conosce dei loro contenuti, né – sottolineano i supremi giudici – dell’autorità dalle quali provengono, né del loro livello di scientificità, né delle finalità che con esse si intende perseguire, né è dato di conoscere se rappresentino un ulteriore garanzia per il paziente». Oppure – proseguono – se «altro non sono che uno strumento per garantire l’economicità della gestione della struttura ospedaliera». «A nessuno – continua la Cassazione – è consentito di anteporre la logica economica alla logica della tutela della salute, nè di diramare direttive che, nel rispetto della prima, pongano in secondo piano le esigenze dell’ ammalato». I magistrati ricordano, inoltre, ai medici che – prima di tutto – non sono tenuti «al rispetto di quelle direttive in contrasto con le esigenze di cura del paziente, e non possono andare esenti da colpa ove se ne lascino condizionare, rinunciando al proprio compito e degradando la propria missione a livello ragionieristico».
m.lualdi
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