VARESE Siamo abbastanza tranquilli e sicuri per poter dire che i biancorossi, sabato a Crotone, disputeranno una grandissima partita e conosciamo abbastanza il Varese per aggiungere che la vittoria casalinga mancante da 78 giorni, arriverà proprio nel sabato più atteso, il 28 gennaio contro il Torino.
Quando si passa da fenomeni a brocchi in otto giorni, la trasformazione è così violenta da lasciare scoperti i nervi di chi li ha, come questa squadra: meglio essere inceneriti come ieri, tornare alla realtà e gridare vendetta rispetto a un pareggino fasullo o ipocrita tirato per i capelli. Meglio scontrarsi con i propri difetti come contro un tir, spalancare gli occhi e capire se stessi per crescere. E i difetti del Varese sono la mancanza di un’identità precisa, forse di un leader nelle difficoltà (ieri, per il curriculum, avrebbe dovuto esserlo Terlizzi nel primo giorno in cui Corti è “saltato”) e della maturità per reggere il peso dei playoff che, quindi, non vanno più guardati o nominati.
Ma gli errori sono sempre figli di un padre: proviamo a individuarlo. La decina di occasioni da rete concesse non dimostrano l’inadeguatezza di Figliomeni – troppo comodo prendersela con chi gioca sempre in panchina o in tribuna e ama la maglia più di tanti altri – ma l’insostituibilità di Troest, uno dei migliori centrali della B perché anche nelle giornate nere riesce sempre a salvarsi e a salvare la baracca con il senso della posizione, con l’astuzia, con la spirito di squadra.
La partita era già segnata al primo minuto e il Varese l’ha persa prima di giocarla perché in settimana nessuno ha avuto veramente timore o rispetto del Bari: tutti, dopo Genova, ci siamo sentiti un po’ i padroni del mondo e non siamo riusciti a tornare sulla terra. Quando sbaglia l’approccio, e capita dopo ogni grande vittoria, questo gruppo non riesce più a rientrare in partita (con il Brescia, un caso isolato): questo dipende da un peccato originale.
La voglia di arrendersi mostrata sul 2-0 fa riemergere, come mister Hyde, il lato oscuro del Varese targato Benny Carbone. Cioè la mancanza del carattere e di un’identità chiara che, tamponata dalla personalità di Maran, a volte prende ancora il sopravvento. Questo perché è a luglio e ad agosto che costruisci le fondamenta dell’anima e il temperamento che poi una squadra si porta dietro per tutto il campionato, oltre a metterle birra in corpo (certi cali improvvisi fanno pensare che la scorsa estate il magnifico preparatore Panzarasa, purtroppo, non avesse le mani libere). Questo è il peccato originale che Maran ha più volte sconfitto ma non ancora battuto per sempre.
Chiudiamo, per un’unica e un’ultima volta, sulla terna arbitrale: ha sempre fatto la scelta più piccina e provocatoria nei confronti del pubblico che contestava, ma una squadra come il Varese ha quello di non attaccarsi alle piccinerie esterne come i falli non dati, gli angoli invertiti e i fuorigioco non visti o visti a sproposito, aggrappandosi invece a quello che ha dentro, che è molto meglio e fa la differenza.
Ad Antonio Rosati, che alla fine abbiamo visto aggirarsi da solo e meditabondo nella tribuna deserta, diciamo: forza presidente, ci metti i soldi e non fai mancare nulla a giocatori e dipendenti. Fatti sentire e guidare dall’intuito. Non sbaglierai.
Andrea Confalonieri
s.affolti
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