La Lega: solitaria e guerriera. E se i duri interventi del ministro Roberto Maroni e dell’onorevole Giancarlo Giorgetti, i quali hanno ribadito alla platea del congresso che il governo dovrà ubbidire alle disposizioni leghiste in fatto di sicurezza e immigrazione, non bastavano a ribadirlo, ci ha pensato il neo segretario Stefano Candiani. Candidato unico ed eletto per acclamazione dopo un fragoroso
applauso, prima dell’investitura ha lanciato un messaggio che non può lasciare dubbi. «Non me ne vogliano i nostri capi, ma noi siamo incidentalmente alleati con Forza Italia e An – ha detto – noi rimaniamo fedeli difensori del territorio dove viviamo e della Padania come ideale di nazione. Siamo al governo per ottenere il federalismo, come primo passo per la libertà».
IL PDL E’ MERIDIONALISTA
Possono anche chiamarsi Popolo della libertà, ma solo noi incarniamo la speranza per la Padania». Fragore, applausi a seguire. E poi riprende la parola il ministro Maroni, che sancisce la definitiva incoronazione del sindaco di Tradate: «Il nostro regolamento non lo prevedrebbe, ma propongo di eleggere Candiani per acclamazione». Così è stato. E il reggente del Carroccio dell’ultimo anno è diventato segretario a furor di popolo. Un popolo bellicoso e stanco dei compromessi, che vede nel neo segretario la guida giusta per riportare il partito ad essere la forza politica più votata nella provincia che è stata la sua culla. Del resto, Candiani è sindaco della città dove, alle ultime elezioni, la Lega ha sfondato il tetto del 40%. E uniti si vince.
PARTITO MONOLITICO Il congresso dimostra come siamo: un partito forte e unito. I delegati hanno scelto la persona migliore, senza scontri, perché hanno visto in lui la persona giusta per guidare il partito alle prossime elezioni amministrative, che saranno un banco di prova per consolidare ancora di più il nostro radicamento» ha detto Maroni. Accanto a lui, in prima fila a seguire l’assemblea, tutto lo Stato Maggiore: l’onorevole Giorgetti, il senatore Fabio Rizzi, il deputato Marco Reguzzoni, il presidente della Provincia Dario Galli e il sindaco di Varese Attilio Fontana. Assente il Grande Capo Umberto Bossi, che ha però benedetto a distanza l’elezione di Candiani. L’unità del partito ha rappresentato la vittoria di una nuova classe politica, quella dei giovani amministratori leghisti di cui Candiani, classe ’71, è il chiaro rappresentante. Una classe nata all’ombra di Giorgetti, punto di riferimento di quest’area del partito che mai come prima è riuscita a rendere il partito un blocco monolitico. Non per niente, la composizione del nuovo direttivo è emanazione dei giorgettiani. Se la composizione geografica garantisce equità a tutte la aree della provincia, otto delegati su nove appartengono alla stessa area
politica interna. Unica eccezione l’ex assessore provinciale Giangiacomo Longoni, risultato il più votato, ma che fa riferimento al gruppo di Reguzzoni, che nella dialettica provinciale rappresenta un’area a sé. Con l’asse di ferro tra Maroni e Giorgetti, di fatto Longoni rappresenta, in seno al partito, la minoranza non allineata ai dettami del neo segretario provinciale e della componente politica maggioritaria. GRANDE ESCLUSO Debacle invece per la sezione di Varese, che ha visto perdere, e di conseguenza non entrare nel direttivo, il proprio candidato: il capogruppo in consiglio Sergio Ghiringhelli. Una sconfitta quasi paradossale, se si pensa che nella lista di candidati Ghiringhelli era il militante più anziano: l’unica che poteva vantare di appartenere al Carroccio dal ’90. Dal momento che Varese è la sezione più popolosa, la sconfitta di Ghiringhelli viene giustificata dalla mancanza di accordo tra i militanti sul suo nome. A conteggi fatti, oltre metà dei delegati varesini hanno preferito votare per Ivano Medici, di Bisuschio. A rendere inviso il capogruppo leghista ai suoi, sono state probabilmente le ultime schermaglie interne, palesatesi durante il consiglio comunale, dove il gruppo lumbard votò contro le indicazioni del sindaco.
Marco Tavazzi
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