VARESE La notizia della prossima apertura di un centro culturale islamico in viale Valganna ha gettato il quartiere nella paura. Sottoscala, magazzini abbandonati, appartamenti sfitti, garage vuoti vengono guardati con sospetto. Nessuno sembra essere entusiasta di avere per vicini di casa uomini inginocchiati in preghiera, con il volto rivolto alla Mecca. Perché questa è l’immagine che il centro islamico porta con sé, anche se, come ribadito, non si tratterà di una moschea. C’è chi, al solo sentir ventilare l’ipotesi, tira dritto e non commenta. Chi spera che si tratti di una notizia falsa. «Mi sembra strano, noi non ne sapevamo niente» dice Elisa Crespi della pasticceria Magni. Come lei, la pensano anche altri negozianti. Perfino gli extracomunitari fermati per strada non ne
sono al corrente. A un certo punto, un giovane di una nota azienda di viale Valganna, ci accompagna in un magazzino dove sono in corso lavori di ristrutturazione. Le grandi stanze sembrano avvalorare che siamo arrivati a destinazione. Che il centro islamico si farà al civico 30. Ma gli abitanti del condominio negano, mentre qualcuno scongiura che non sia così urlando perfino dalla finestra. Alla fine scopriamo che il centro culturale si insedierà al civico 42. A due passi dalla sala scommesse. Le stanze di incontro, tra cui anche una sala conferenze, troveranno spazio nel seminterrato ampio 270 metri quadrati di una vecchia casa a due piani in cui vivono alcuni condomini. Persone già al corrente della vicenda, ma non sempre d’accordo.
PAURA PER IL FANATISMO
<Il pericolo è che il centro diventi un punto di riferimento per attività che portano effetti devastanti dal punto di vista sociale. Il centro culturale islamico non è da autorizzare in una realtà come Varese». Categorico Stefano Candiani, segretario provinciale della Lega Nord, che ribadisce: «Un centro culturale è una cosa, un’attività che integra una dottrina diventa un’altra cosa». Secondo Candiani bisogna imparare dalla storia: «Gli esempi di Gallarate e Milano dimostrano che i centri islamici non si sono mai integrati con il contesto locale. Anzi, marcano una distanza, imponendo ai residenti il loro modo di pensare. Occorre un po’ di concretezza anche rispetto a qualche sbandamento di alcuni prelati che sembrano promuovere l’apertura incontrollata di punti di dottrina islamica».
L’interrogativo è uno: «L’attività che si svolge nel centro è cultura o indottrinamento? Sono perplesso e contrario». A detta di Candiani, spesso, nei pressi dei centri culturali nascono «manifestazioni di intolleranza e violenza. Perché quello che appartiene alla cultura islamica non trova corrispettivo in quella cristiana. Si approfittano della nostra apertura per introdurre il fanatismo». Quindi, «non commettiamo altri errori. La libertà di culto la si garantisce, ma dietro a queste realtà non devono nascere attività parallele. Ripeto, il rischio è che, per garantire una conoscenza, si inseriscono nel territorio cellule che in qualche caso si rivelano persino pericolose». L’esperienza è buona consigliera, dice: «L’apertura di un convento di frati domenicani non ha mai arrecato problemi. Cosa successa, invece, in alcuni centri islamici. L’invito è di non abbassare la guardia e di non essere superficiali. Meglio soprassedere. Sono situazioni che rischiano, in qualche caso, di minare la nostra democrazia. Tanto più considerando che gli islamici non sembrano esserci grati».
MANCA LO SPAZIO«Mi preoccupa l’afflusso che ci potrebbe essere in viale Valganna», conferma Sergio Ghiringhelli, capogruppo della Lega. «Vediamo come si evolve la questione, la cosa va monitorata. Bisogna garantire che l’attività del centro sia quella dichiarata. Tutti si rendono conto che, su viale Valganna, ci sono solo condomini. Anche se qualcuno volesse aprire un supermercato gli
diremmo che manca lo spazio. Niente di persecutorio, ma noi viviamo in una società che si regge su delle regole che tutti devono rispettare. Ho l’impressione che già in via Giusti eravamo “borderline”. Bisogna stare attenti. Tanto più perché, per gli islamici, non c’è una separazione netta tra luogo di culto e luogo per fare politica».Adriana Morlacchi
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