VARESE Il formaggio che si compra a Varese parla tedesco. Il burro francese, e le bistecche di vitello l’olandese. Non sempre, ma almeno nei tre quarti dei casi, e più spesso quando manca l’indicazione dell’origine: non succede solo con i grandi marchi o con i prodotti primo prezzo sugli scaffali dei supermercati, ma anche in alcune aziende locali dove se ne trovano per tutti i gusti, e anzi, per tutte le lingue. Così, di conseguenza, anche sulle tavole dei varesini convinti di portarsi a casa un prodotto sostanzialmente fatto in loco finiscono delle sostanziose importazioni. Lo ha denunciato ieri la Coldiretti di Varese che per chiedere l’inserimento obbligatorio della produzione di origine sull’etichettatura di latte e formaggio è andata fino al Brennero manifestando davanti ai tir fermati dalla guardia di finanza per gli ordinari controlli alla frontiera. La colpa, evidentemente, non è di chi in buona fede fa affidamento su trasformatori e rivenditori locali, ma piuttosto di chi realizzando prodotti caseari con latte, polvere o cagliate importate, semplicemente non precisa la provenienza della materia prima lasciando intendere che sia al cento per cento “made in Varese”. E nessuno gli può impedire di omettere l’indicazione, stando alle norme attuali e alla denuncia di Coldiretti. «La produzione locale di latte ammonta a 400 mila quintali – spiega Fernando Fiori, presidente di
Varese – in provincia però ne importiamo tre volte tanto, oltre un milione e 200 mila tonnellate all’anno. La conclusione è ovvia». Da queste parti infatti non ci sono giganti della produzione casearia che potrebbero giustificare almeno in parte una simile quantità di prodotto importato sul territorio. Si sa invece che nessuno è tenuto a dire da dove prende il latte in origine, e pochi, non sapendolo, chiederanno di precisarlo al momento dell’acquisto. Per quanto riguarda il latte, almeno quello fresco che esce dalla centrale del Latte Varese è garantito. Lo assicura lo stesso Fiori. Il dubbio, piuttosto, è sui prodotti trasformati che vengono messi in vendita senza indicazioni per la tracciabilità. «Per ragioni di economicità legate alla conservazione e al volume occupato non viene trasportato quasi mai il latte così com’è. Arriva in Italia sotto forma di polvere, di burro o di cagliate». Tali prodotti, di solito semilavorati, possono «diventare praticamente qualunque cosa», sottolinea Fiori. «Per camuffare un prodotto il richiamo del made in Italy funziona sempre», garantisce Claudio Vallini, vicepresidente della centrale del Latte e presidente del consorzio Varese da Gustare: «Dove non arriviamo a controllare direttamente noi è la struttura stessa del consorzio che impone agli associati di rispettare precisi protocolli di lavorazione e produzione». Prerequisito per latte e formaggio, naturalmente, che sia del territorio.Francesca Manfredi
s.bartolini
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