«Frates e Giofrè, una garanzia A Varese niente ciofeche»

Antonio Cappellari non faceva prigionieri quand’era dirigente, figuriamoci adesso. Fantastica la definizione dinanzi allo specchio: «Sono un tifoso professionista… tifoso di Milano».

Microfono alla mano, non resta che lasciargli libertà di verbo e culto: «Pensando al panorama attuale, la cosa più importante per il movimento è la vittoria all’Europeo under 20, successo clamoroso quello di Tallinn. Poi, sommando l’argento del 2011, il quarto posto del 2009, il bronzo del 2007 e l’altro quarto posto del 2006, si deduce che la nostra pallacanestro giovanile sia al top in Europa».

Punto, a capo: «Non si capisce perché la Lega di serie A continui a produrre formule strane, calcoli che hanno una sola soluzione: il cognome dei giocatori che finisce per “c” o consonante. Considerato che i proprietari dicono che non c’è un euro, abbiano coraggio e facciano giocare gli italiani giovani in Italia: se non li proviamo come facciamo a sapere se funzionano? Forse calerà livello, ma sicuramente avremo il pubblico che si affeziona e identifica, pure il reclutamento risulterebbe più facile».

Gemma potenziale dalla nazionale maggiore, in Slovenia occupata a settembre nel suo Europeo: «Una medaglia è possibile, darebbe ancora più forza al significato di tentare la rivoluzione. Ahimé abbiamo un girone sì con Finlandia e Svezia, ma anche con Grecia, Turchia e Russia: siamo in quattro per tre posti, una piangerà».

Spaziando tra mille rivoli, s’atterra sulle final four di Eurolega, al Forum a metà maggio: «È un altro appuntamento fondamentale, nel senso che da noi mancano da molto tempo». È dal 2002 che l’Italia non accoglie l’atto conclusivo (Bologna), anche grazie alla rinuncia del poco illuminato governatore piemontese Cota, che appena eletto rinunciò alle finali del 2011 già assegnate a Torino. Cecità pura, per dirottare i fondi alle sagre paesane.

Riprende Cappellari: «Speriamo qualche italiana possa partecipare, magari fosse Milano a casa sua». Spizzichi e intagli: «Per l’Olimpia si parla di nomi mica da ridere, di primo livello anche se l’investimento sarà più ragionato rispetto agli anni scorsi. Con Banchi, secondo me ci sarà una conduzione meno enfatizzante dal punto di vista mediatico, ma molto più pratica in palestra». Inutile cercare di pungere: «Io sono tifoso di Milano e faccio il tifo per Milano… fermo lì!».

A noi, alle Prealpi: «Varese si sta muovendo in maniera consona, costruendo una squadra potenzialmente azzeccata. Certo, ha perso un paio di stelle con Dunston e Green. Ma Giofré in questi anni ha inanellato una scelta meglio dell’altra, anche Frates è un profondo conoscitore dei mercati esteri: dubito sbaglino di brutto, cioè che arrivino le ciofeche. Fondamentale avere mantenuto una certa ossatura, e soprattutto De Nicolao più Polonara: gli americani li puoi sostituire, loro con altri italiani di pari livello no».

Vitucci in Irpinia: «È una soluzione che non capisco, e non parlo di soldi. Con tutto il rispetto per Avellino, tu non puoi lasciare Varese, con la storia di Varese e la popolarità del basket a Varese, dopo una stagione come l’ultima, per andare ad Avellino. Evidentemente, per lui al top non ci sono il tentare di vincere in una culla del gioco, creare e avere delle soddisfazioni sportive. L’avrei capito fosse andato a Milano a cercare il botto, oppure al Barça o al Real, ma così no».

Lettura supplementare: «Lo sport è un lavoro particolare in un settore particolare, la componente economica non sempre dev’essere preponderante». Asterisco: «A Varese su un contratto da dieci puoi anche prendere undici, altrove chi può dire che non finisci a otto? Quante società abbiamo visto in difficoltà, oppure non onorare gli impegni? Con la gestione targata Consorzio da voi è impossibile». Una promozione sul campo per la formula Varese e una bocciatura della formula «compro tutto e vinco». E poi magari, se non vinco, non pago.

Varese

© riproduzione riservata