Roma, 4 feb. (Apcom) – I lavoratori britannici della raffineria
di Lindsey non hanno accettato la proposta di accordo avanzata
dalla Total – proprietaria dell’impianto – e dai sindacati in
merito all’utilizzo di manodopera estera a scapito di quella
locale.
Le manifestazioni di protesta – che si sono allargate ad altre
centrali nel nord del Paese – continuano ormai da giorni: il nodo
del contendere è la decisione da parte di una ditta
subappaltatrice, l’italiana Irem, di utilizzare i propri operai
specializzati, italiani e portoghesi, per effettuare i lavori
previsti sull’impianto.
Secondo quanto riporta la Bbc i lavoratori britannici hanno
respinto la proposta di accordo che prevedeva l’assegnazione di
circa 60 posti di lavoro sui 200 disponibili alla manodopera
locale (alcune fonti aveano parlato di una divisione a metà), in
quanto la quota è stata giudicata troppo bassa; inoltre hanno
chiesto le prove che i lavoratori esteri godono delle identiche
condizioni e salario che spetterebbero a quelli britannici, come
stabilisce la legislazione europea.
I termini del contratto di appalto infatti sono rimasti fino ad
ora riservati: secondo le procedure dell’Ue le imprese straniere
che utilizzano il proprio personale per progetti a termine in un
altro Paese devono far sì che questi abbiano gli stessi diritti
dei lavoratori locali, per evitare la possibilità di dumping
salariali.
Una tesi contestata nei giorni scorsi da Peter Hain, ex Ministro
del lavoro laburista secondo il quale “non è possibile che i
lavoratori italiani (della raffineria di Lindsey, ndr) abbiano
avuto le stesse condizioni e salario che sarebbero spettati ai
britannici, dati i costi di viaggio, alloggio e trasporto sul
luogo di lavoro”.
Mgi
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