«I limiti? Esistono solo nella mente» E bastava guardarlo per capirlo

Il nostro Mario Chiodetti ricorda l’indimenticabile Oliviero Bellinzani

Chi va in montagna non può non essere ruvido. Chi sradica sentieri, respira boschi e alpeggi, colloquia con le nevi eterne non può non essere scontroso, laconico, a volte riottoso. Chi è abituato a vedere l’alba e ad ascoltare il primo stridere della poiana, a volte sorride dentro, ma il suo viso non si muove. Chi arriva in cima e guarda di sotto può sentirsi Dio. Oliviero arrivava in cima, sempre. Ma non era una divinità, soltanto un uomo con una gamba, che combatteva contro se stesso e il pericolo di fermarsi, di non andare più oltre le paure, la tristezza, il rischio. «La montagna è un fuoco dentro che non smette mai di ardere» ripeteva, e lo vedi qual fuoco come lo divora mentre cammina, lo sguardo dritto, la testa alta, i due bastoni che danzano al suo ritmo interiore, la felicità di esserci, ancora una volta, in mezzo a un mondo pulito e a volte intatto, un mondo di fatica e sudore, a volte di rabbia, ma vero, sincero e diretto come un cazzotto al mento o un bicchiere di barbera. Oliviero camminava, marciava, arrampicava, a volte sorrideva, ma non si fermava, stravolto con gli occhi fuori dalla testa, ma non si fermava. Doveva arrivare in cima, appiccicarsi alle pareti come fa un animale marino sulla scogliera, la gamba artificiale come quella di un pirata buono che obbediva all’altra in cordata come in mezzo a un pascolo, il casco ondeggiante e lucido al sole, là, alle Tre Cime di Lavaredo. «So che da qualche parte sarei arrivato e questo mi bastava. La difficoltà maggiore è superare remore e paure che tutti ci portiamo dentro. I limiti sono prima nella mente

e poi nel corpo» diceva Oliviero Bellinzani, per se stesso e per i compagni, che con lui si sarebbero gettati nel fuoco, perché un leader trasmette prima di tutto l’entusiasmo, che è poi la vena più superficiale della follia. «Se prima era semplice vedere il confine del normale ora la risposta è inutile ma estremamente necessaria. Non devi mandare all’aria la tua vita, i tuoi desideri, i tuoi progetti, ma solo spostare il confine dei tuoi limiti e adattarlo alla nuova realtà» era il mantra dell’alpinista con una sola gamba, capace di raggiungere traguardi difficili anche per un bipede allenato. Nei filmati lo si vede felice, stringere mani e dissetarsi in mezzo ai ghiacciai, alle rocce simili a lui per consistenza, e chi va in montagna sa che la stanchezza è come una droga e vuoi sempre sapere cosa ci sarà dietro l’ultima curva del sentiero, anche se sei solo, anche se non hai più aria nei polmoni, anche se i muscoli sono di legno. Oliviero andava in pace, nella nebbia e nel vento, passo dopo passo, appiglio dopo appiglio, saliva verso la vetta, il Cervino o il Grand Capucin, il Bianco in solitaria, la Punta Dufour o un’altra delle mille cime conquistate, «perché per vivere e fare certe cose non è necessario essere integri», e un altro varesino, Fabrizio Macchi, con i suoi record in bicicletta, è qui a testimoniarlo. Se dai filmati si toglie l’audio, la musica continua lo stesso, è la musica dell’anima, il canto di un innamorato che cammina, cammina e camminando si fa tutt’uno con ciò che lo circonda, compenetra la montagna e la montagna diventa parte di lui. Per Oliviero così è stato, fino alla fine.