Il Baff varca le porte del carcere Lezione di cinema. E di vita

BUSTO ARSIZIO Quante volte le telecamere sono entrate in un carcere? Tantissime. Documentari, film, fiction. Ci hanno raccontato storie commoventi, dure, trucide in alcuni casi. Ci hanno proposto trame di fantasiose evasioni o di fughe riuscite, drammi di innocenti e tragici epilogi di criminali. Tutti hanno visto prima o poi un carcere, filtrato però dall’obiettivo di una cinepresa. Entrarci dal vivo è tutta un’altra storia. I corridoi bui, le porte senza maniglie, le sbarre a proteggere ogni pertugio. Eppure più del senso di privazione si respira umanità. Tanta umanità. Il festival del cinema di Busto Arsizio ieri ha varcato i cancelli di via per Cassano per una “grande giornata” come l’ha definita Eugenia Bolis, preside dell’Ipc Verri che proprio all’interno della casa circondariale bustese ha allestito un suo distaccamento. “Busto ha superato il suo passato di città votata alla produttività e si è rilanciata come città capace anche di fare cultura” ha proseguito la dirigente. Cogliendo il senso di una giornata come quella di ieri, dove in mezzo ai detenuti ha preso posto anche un premio Oscar come Osvaldo Desideri accanto a sua moglie Eva.Se è vero che il cinema è “evasione”, il cinema è anche specchio della realtà. E la realtà è poliedrica, è fatta di sbagli e cadute, è fatta di persone che hanno perso la libertà ma che non per questo si sono arrese. E basta guardarsi intorno per capire che non è retorica. C’è chi scuote la testa e bofonchia quando il regista parla di distrazione. Ma c’è anche chi non capisce la nostra lingua eppure resta con gli occhi incollato allo schermo per tutti i 94 minuti della proiezione. C’è chi si commuove. Ci sono persone. Persone come noi.

E come gli insegnanti dell’Ipc Verri che hanno accettato la sfida di entrare in mezzo a questi uomini e di portare loro il conforto (sì, il conforto) della cultura, una delle più preziose forme di libertà.Questi insegnati, questo regista, questo festival sono una speranza per chi è alle prese con una pena ma soprattutto con il giudizio che lo aspetta al varco nel mondo fuori dal carcere. Non è moralismo fine a se stesso. E per rendersene conto basta raccontare un precedente che ci lega a doppio filo con una realtà così difficile: risale due anni e mezzo fa, proprio in occasione dell’inaugurazione dell’anno scolastico nell’ala didattica della casa circondariale. Un detenuto-studente colse in fallo il suo prof chiedendogli il significato della parola “ipolimnico”. “Glielo spiego io – disse – vuol dire, dal greco, sotto il lago. Ma sa dove l’ho letto? Su “La Provincia”. Le sembra giusto che un quotidiano scriva una parola che solo poca gente è in grado di capire?”. No, che non è giusto. E l’indomani facemmo ammenda sul giornale. Quello stesso detenuto pochi giorni dopo ci scrisse. “Vi avevo chiesto di darmi conferma di quanto enunciato da me in classe e voi lo avete fatto – recitava testualmente la sua lettera – Vi ringrazio infinitamente, non mi aspettavo gli onori della cronaca. Un grande plauso a tutti voi che vi occupate della cronaca…”spicciola”». Ieri abbiamo cercato quell’uomo tra i presenti alla proiezione, ma non l’abbiamo trovato. E ne siamo stati felici, perché vogliamo pensare e sperare che sia tornato a poter leggere il giornale sotto la luce del sole e non più all’ombra delle sbarre. In ogni caso la sua resterà una tra le più grandi lezioni mai ricevute.Federica Artina

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