Il dragone e lo struzzo: la Cina va alla conquista dell’Africa

Il dragone e lo struzzo: la Cina va alla conquista dell’Africa


Roma, 12 feb. (Apcom)
– Il presidente cinese Hu Jintao ha
cominciato due giorni fa un viaggio strategico nelle Terre
Africane per incontrare degli “amici” e non dei semplici
“fornitori”. Scopo della sua missione, che non farà tappa nei
paesi più ricchi del Continente, sebbene gli interessi cinesi in
Mali, Senegal, Tanzania e isola di Mauritius siano innegabili, è
mostrare che la Cina non vede l’Africa solo come un vasto
giacimento dal quale estrarre materie prime strategiche o dal
quale pompare l’oro nero.

Più di un terzo del petrolio cinese viene dall’Africa, Angola in
testa. E’ infatti da Luanda che il premier cinese, Wen Jiabao, ha
affermato alla fine del 2008 che, nonostante la crisi finanziaria
globale, Pechino non abbandonerà l’Africa. A metà gennaio, poi,
il ministro degli Esteri cinese, Yang Jiechi, ha ribadito dal
suolo africano che gli aiuti al Continente non saranno diminuiti.
Anzi, Jun ha rivelato che Hu Jintao annuncerà un aumento dei
sostegni finanziari all’Africa. In Senegal, inoltre, Hu
ringrazierà uno degli ultimi paesi che riconoscono Taiwan ad
essere entrato nel “girone” cinese. Pechino si è prefissata
l’obiettivo di portare le relazioni commerciali con l’Africa
sopra la soglia dei 100 miliardi di dollari. Nel 2008 il giro
d’affari è stato di 106,8 miliardi. Meglio del previsto.

L’Africa può “imparare molto dalla Cina”. Ne è convinto il
senegalese Adama Gaye, autore del saggio “Cina-Africa: il dragone
e lo struzzo” (2006). Ma, mentre il presidente cinese Hu Jintao
si trova in visita nel Continente e farà tappa anche in Senegal,
sottolinea che in questa partnership si sente “solo la voce di
Pechino”.

“Sono favorevole al rafforzamento delle relazioni sino-africane,
perchè l’Africa ha da imparare molto dalla Cina. Ha superato
problemi che il nostro Continente ha a sua volta conosciuto:
conflitti interni, dominazioni coloniali straniere, gestioni
economiche ancora oggi poco felici”, ha spiegato Gaye. Ciò che il
Paese del Dragone ha fatto per reinventarsi “dovrebbe ispirare i
leader africani”, anche se, sul piano democratico, la Cina “non
ha fatto i progressi che molti paesi africani hanno realizzato”.
Secondo lo scrittore, tuttavia, nel parternariato, si sente una
voce sola, che è quella cinese: “Serve un dialogo vero. La Cina
ha il diritto di perseguire i suoi interessi nazionali, ma è
necessario che non approfitti troppo della debolezza dei Paesi
africani”, ha messo in guardia.

Per mantenere la sua forte crescita economica, Pechino, ha
affermato Gaye, non ha altra scelta che cercare le risorse
naturali, che non possiede, e ciò che la porta a sviluppare buone
relazioni politiche con l’Africa nell’intento di garantirsi le
risorse petrolifere e minerarie in Sudan, Gabon, Angola o
Nigeria. Ci sono tuttavia delle “nubi” nelle relazioni tra Cina e
Africa, che i cinesi non devono tentare di negare: molti africani
sono vittime di discriminazioni per viaggiare o lavorare in Cina
o nei cantieri cinesi in Africa. La firma di molti contratti
avviene tacitamente, accentuando il rischio di un saccheggio
delle risorse naturali africane.

Cuc/Kat

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