Busto Arsizio – E’ durata solo pochi minuti, ieri, nel tribunale di Milano, l’udienza di rinvio a giudizio del processo a carico di Emanuele Italiano e Fabio Nicastro.
Secondo le indagini condotte dalla direzione distrettuale antimafia di Milano, sarebbero stati loro, nell’ottobre del 2008, a freddare Salvatore D’Aleo a colpi di pistola alla testa e a sotterrare poi il corpo senza vita nei boschi di Vizzola Ticino. L’avvocato che difende Emanuele Italiano ha presentato ieri istanza di legittimo impedimento e così l’udienza è stata rinviata al prossimo 29 giugno. Emanuele Italiano, sessantenne originario di Gela ma residente a Busto, è accusato di essere l’esecutore materiale dell’omicidio. Assieme a lui, in quel tragico giorno, anche Fabio Nicastro, braccio destro di Rosario Vizzini, esponente di spicco del Clan Rinzivillo-Madonia di Cosa Nostra. Nicastro è già stato condannato in primo grado a 20 anni di galera per numerose estorsioni ai danni di imprenditori della zona di Busto, traffico di droga, detenzione illegale di armi, oltre ad associazione mafiosa. Assieme i due avrebbero avvicinato D’Aleo in un bar, lo avrebbero fatto salire in macchina e portato nei boschi di Vizzola Ticino, nella zona del canale Villoresi.
Lì, sempre secondo gli inquirenti, i due gli spararono, lo spogliarano e infine lo seppellirono. Le indagini che riguardano l’omicidio traggono origine dall’operazione “Fire Off” che nel maggio dell’anno scorso portarono in carcere gli esponenti del clan gelese di Cosa Nostra che agiva nella zona di Busto Arsizio. Ad indicare agli inquirenti dove fosse seppellito il corpo di D’Aleo e a raccontare la dinamica dei fatti
è stato proprio Rosario Vizzini, capo del clan Rinzivillo-Madonia, ora pentito. Uno dei primi fatti raccontati dal boss agli inquirenti è stata proprio la triste vicenda di Salvatore D’Aleo. Del muratore non si sapeva più nulla dall’ottobre del 2008. L’uomo era letteralmente sparito nel nulla. Vizzini racconta che fu proprio lui ad ordinarne la morte. D’Aleo era un picciotto che aveva alzato troppo la cresta.
A quanto pare aveva messo in atto piccole estorsioni in proprio spendendo però il nome di Vizzini e di “Piddu” Madonia. Gli affiliati gliel’avevano giurata già diverse volte. Emarginato dal gruppo il picciotto avrebbe reagito nel peggiore dei modi, iniziando a dare fuoco alle case degli affiliati, tra cui anche quelle di Vizzini e Nicastro. Un affronto che, in piena mentalità mafiosa, non si poteva assolutamente perdonare. Un affronto che andava lavato con il sangue.
Tiziano Scolari
p.rossetti
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