Stasera in piazza Monte Grappa ci sarà spazio anche per un tifoso speciale. Si chiama , abita alle Bustecche, è del 1977 e ha una storia insieme triste e bella. Triste, perché la sua quotidianità è stata stravolta in età adolescenziale da una malattia che non gli dà tregua; e bella, perché la sua forza di volontà e la sua voglia di vivere finora sono state più forti delle trappole del destino.
Luca è un cuore biancorosso che, da ragazzino, prometteva bene nel calcio: «Ho giocato nell’Azzate e nel Bosto – racconta – ero un centravanti piccolo e rapido, un po’ alla . Il piede buono era il destro, segnavo tantissimo: un anno sono stato anche capocannoniere». Poi, a 13 anni, nel 1990, ha imboccato un inatteso percorso a ostacoli: «Ero sempre stanco: i medici mi fecero mille analisi e trovarono l’emoglobina bassissima. Fine della carriera agonistica, per la quale dicevano fossi tagliato, e inizio del patatrac».
Il principale problema è la rarità del male: «Fino a un paio d’anni fa pensavano di averlo individuato. Poi hanno detto che si erano sbagliati, che in realtà non era quello: ho una cosa talmente rara che non le sanno dare un nome. Che io sappia sono l’unico caso in Italia, i medici che mi hanno seguito non conoscono situazioni analoghe. Perciò non ci sono cure, solo terapie sintomatiche». La caccia a un antidoto si scontra con l’incedere della malattia: le condizioni di salute peggiorano nel tempo, da cinque anni Luca è costretto in carrozzina.
L’unica strada sarebbe la ricerca scientifica, però l’interesse delle case farmaceutiche è basso, perché il numero esiguo di malati non ne fa esattamente un business. E poi «io mi curo tra Milano e Pavia, ma in Italia non c’è un centro di riferimento per questo tipo di patologie». Morale: «Abbiamo aperto un conto corrente per convogliare i fondi destinati alla ricerca. È un percorso lungo e difficile, ma va affrontato».
La vita di Luca e della sua famiglia, che condivide con lui speranze e sofferenze, non è semplice: «Sono limitato in tante cose: mi sposto con la sedia a rotelle, aiuto la respirazione con la maschera dell’ossigeno». Ma «allo stadio appena posso vado, perché il Varese è una passione vera. La mia squadra del cuore è stata quella di : grintosa, giocava dando l’anima, a immagine e somiglianza del suo condottiero».
Sul Varese che sta nascendo c’è pollice alto: «So chi è perché ha giocato ad alto livello, non posso dire di sapere molto degli altri acquisti. Però condivido la linea verde: i giovani hanno più fame, più voglia di mettersi in mostra, in una parola più stimoli. Anche se un lo riprenderei volentieri…».
Pollice altissimo per il nuovo patron: «Non conosco di persona , ma al primo impatto mi piace: è un tifoso vicino alla gente., che comunque ha fatto grandi cose riportandoci in B, era più un imprenditore».
Stasera si sceglierà la maglia («A me piace bianca, con una spruzzata di rosso») e Luca Alfano sarà al centro dell’affetto della famiglia biancorossa. Però gli applausi non bastano: sarebbe bello se si trovasse qualcuno disposto ad accompagnarlo allo stadio sulla sua carrozzina. E magari a portarlo anche altrove: vorrebbe vedere il mare. Postilla: «Cerco un editore che stampi e distribuisca il libro sulla mia storia: l’ho scritto io, è pronto».
Per sostenere la ricerca scientifica e aiutare Luca a vivere si può effettuare un versamento volontario sul conto corrente identificato dall’Iban IT98J 03051 10801 000020660140, aperto presso la sede di Varese della Banca Barclays Italia.
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