Italiani specializzati Altroché stranieri

Italiani e stranieri hanno pagato caro il prezzo della crisi in termini di occupazione in questi cinque anni, ma con delle differenze. Le assunzioni degli stranieri sono calate meno: il trend di assunzione dal 2009 al 2013 è stato negativo di 24,59 punti percentuali per gli italiani e di 22,80 punti per gli stranieri.

Nello stesso tempo, gli italiani hanno mantenuto di più il posto di lavoro: da gennaio 2009 a dicembre 2013 i lavoratori stranieri sono diminuiti del 25 per cento; gli italiani del 18,65 per cento.

Questo perché i giovani stranieri – spesso senza specializzazione tecnica – vengono assunti soprattutto per la produzione. Mentre le aziende, di fronte a una richiesta del mercato che chiede più esperienza e mestiere, tendono a tenere lavoratori con più anzianità e professionalità.

Queste le riflessioni che accompagnano la ricerca “il mercato del lavoro nelle imprese artigiane e nelle Pmi – Focus su lavoratori dipendenti e su imprenditori stranieri in provincia di Varese” curata dall’ufficio studi di Confartigianato Varese.

L’indagine sui lavoratori è stata realizzata sull’elaborazione dei cedolini paga di un campione di 2.132 imprese associate a Confartigianato e 13.391 collaboratori. Per gli imprenditori sono stati usati i dati della Camera di Commercio.

Gli impiegati stranieri sono meno specializzati degli italiani e si raggruppano nelle voci operaio comune (21,88 per cento contro il 4,72 per cento degli italiani) e operaio qualificato (il 56,64 per cento contro il 44,02 per cento degli italiani).

Il 49,58 per cento degli italiani è operaio specializzato, mentre solo il 20,90 per cento degli stranieri possiede questa qualifica.

«Questi dati devono farci riflettere – spiega Dario Galli, presidente di Confartigianato Imprese Varese – Gli stranieri costituiscono una componente strutturale del mercato italiano. Il livello educativo e il titolo di studio degli stranieri sono spesso superiori alle mansioni che si trovano a dover svolgere; le loro competenze tecniche sono acquisite sul campo».

Si dice che gli stranieri fanno tutti quei lavori che gli italiani non vogliono fare più, ed è vero. Ed è qui che Confartigianato vuole intervenire, preparando i giovani – italiani e stranieri – a entrare in azienda con le opportune competenze. È innegabile infatti che gli stranieri abbiano introdotto una competitività in alcuni settori che fino a qualche anno fa non c’era, e che deve essere di stimolo.

«La disaffezione nei confronti del lavoro manuale è un problema che si deve affrontare intervenendo nella formazione – continua Galli – Prendiamo spunto dal sistema tedesco nel quale il giovane è considerato parte effettiva dello staff delle aziende. Recuperiamo il vero significato dell’apprendistato sul campo dei ragazzi».

In questi cinque anni sono aumentati gli imprenditori stranieri che hanno aperto la partita iva per lavorare in proprio (la variazione numerica è del + 15,36 per cento). Sociologicamente: per gli stranieri diventare imprenditori significa acquisire un riscatto sociale.

Gli imprenditori artigiani uomini operano per il 78,10 per cento nell’edilizia, mentre le donne artigiane – cinesi nel 17,5 per cento dei casi) lavorano nell’acconciatura, nell’estetica e nei servizi alla persona.

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