Roma, 27 feb. (Apcom) – Il Darfur rischia di diventare una nuova
Somalia. E’ questo l’allarme lanciato oggi dall’Associazione
‘Italians for Darfur’ che, a sei anni dall’inizio del conflitto,
ha presentato a Roma un rapporto sulla situazione nella regione
occidentale del Sudan. “Il conflitto si sta aggravando e la
frammentazione del fronte di opposizione a Khartoum ostacola ogni
accordo di pace”, ha dichiarato Stefano Cera, responsabile
dell’analisi del conflitto per conto dell’associazione,
precisando che oggi si contano sul terreno almeno 30 gruppi di
ribelli.
Il giudizio di Cera è stato condiviso dal rappresentante dei
profughi darfuriani presenti in Italia, Suleiman Ahmed , che ha
lanciato un appello al governo italiano, all’Europa e a tutta la
comunità internazionale, perchè si adoperino per ristabilire la
pace nella regione: “Noi darfuriani temiamo che la nostra regione
diventi una nuova Somalia, perchè non basta eliminare il
Presidente Omar al Bashir per risolvere il conflitto. Per questo
chiedo al governo italiano, all’Unione europea, all’Unione
africana e alle Nazioni Unite di intervenire prima che questo
accada”. Chiaro il riferimento al verdetto, previsto per il
prossimo 4 marzo, della Corte penale internazionale dell’Aia
(Cpi) sulla richiesta di spiccare un mandato di arresto per
crimini di guerra contro il capo di Stato sudanese. Una decisione
attesa dagli attivisti per i diritti umani, ha sottolineato però
Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International, perchè se la
Corte deciderà di incriminare Bashir invierà “un segnale chiaro,
per cui nessuno potrà considerarsi al di sopra della giustizia
quando si tratta di crimini di guerra e contro l’umanità”.
Cera ha ricordato quindi le cifre di sei anni di conflitto, scoppiato ufficialmente il 26 febbraio 2003, ma in atto “già dagli anni ’80, quando l’avanzare della desertificazione ruppe il tradizionale equilibrio tra la comunità araba, prevalentemente dedita alla pastorizia, e quella africana, composta soprattutto da agricoltori, per il controllo della terra”. “Stando alle stime Onu, che sono per difetto, su 7 milioni di abitanti registrati all’inizio del conflitto, oggi abbiamo almeno 300.000 morti e oltre 2,8 milioni di sfollati e profughi – ha ricordato l’analista – solo nel 2008 altre 300.000 persone sono state costrette a fuggire”. E all’inizio del 2009 la situazione si è aggravata con gli scontri nella città di Muhajiriya, nel Darfur del Sud, tra i ribelli del Movimento per la giustizia e l’uguaglianza (Jem) e Khartoum. Per far fronte a questa situazione,
è il giudizio dell’associazione, la “chiave di volta” è rappresentata dalla forza di pace congiunta dell’Onu e dell’Unione africana (Unamid) presente in Darfur dall’inizio del 2008, ma ancora sottodimensionata e priva degli strumenti logistici, primi tra tutti i mezzi di trasporto aereo, necessari per muoversi in una regione grande quanto la Francia, ma priva di infrastrutture. “Se l’Unamid dovesse fallire – ha detto il Presidente di Italians for Darfur, Antonella Napoli – morirebbe la speranza di pace che la gente del Darfur ripone in noi. Non possiamo tradirli”. Italians per Darfur ha tenuto ieri la conferenza nella sala Walter Tobagi della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, anche per sollecitare i mezzi di informazione italiani a “fare il loro dovere per illuminare la tragedia del Darfur e mobilitare le coscienze, perchè ognuno di noi può fare qualcosa”, ha sottolineato Napoli.
Cep
© riproduzione riservata










