L’incubo era incominciato verso la metà di settembre, quando dal deflettore dell’A112 color tarma gli era sembrato di vedere una luminaria, una specie di fuoco fatuo elettronico, un alito giallognolo a intermittenza nascosto dietro i vetri di una stazione di benzina. «E’ Natale», pensò, toccando d’istinto i freni dell’Autobianchi, ululanti come
il coro dei battellieri del Volga, anche se tutt’intorno vedeva gente in maglietta e occhiali da sole e la temperatura al suolo si aggirava sui 25 gradi. «C… la spesa», si agitò sul sedile in finto skai con coprisedile in finta iuta, «mi sa che ormai non trovo più un tubo».
Marcomauro aveva la sindrome del re magio dall’età di tre anni, da quando gli avevano messo accanto alla capanna e allo zampognaro un facsimile di trullo di Alberobello, azzerandogli la capacità di combinare in senso cronologico avvenimenti e luoghi, tanto da creargli penosi imbarazzi alle feste comandate. Capitava così che a Capodanno si presentasse con dolcetti speziati e un’immaginetta della danza degli scheletri e regalasse a qualche commessa di supermercato giarrettiere vermiglie il giorno dei morti, rischiando pedinamenti della buoncostume. Di solito la lista per la cena di Natale la preparava al calar dell’autunno, ma questa volta l’aveva fregato Halloween, che confondeva con la Pasqua per via della rotondità delle zucche simili a grosse uova, così aveva rimandato a dopo ferragosto, per lui in calendario alle prime brume ottobrine, assieme alle castagne e al vin brûlé. Stavolta però l’azione fu immediata, le lucine del benzinaio gli avevano evocato quelle del suo primo abete di Natale, disidratatosi al sole di luglio mentre Marcomauro terminava il presepe con muschio finto, perché quello vero era disponibile al momento solo in qualche foresta della Karelia. La lista della spesa metteva invidia ai salsamentieri dei Marines, per ogni alimento Tomboletti aveva specificato marca, quantità e varianti in corso d’opera sul numero di scatole, pacchetti, tavolette di cioccolato e razione M, quella da utilizzare in caso di invitati imboscati, fatta di torroni per denti da castoro, code di capitone in agrodolce e micidiali mostarde, colorate come quadri di Mirò. L’anno prima gli era scappata la mano per via di certe offerte che un pupazzo meccanico in minigonna promuoveva fuori dal supermercato: eccitato dalle gambe in cartongesso che pensava ricalcate da quelle di Kim Basinger, si era ritrovato con tre stecche di Toblerone gigante, due Gatorade da un litro, una decina di buste di tonno al naturale, barrette al sesamo da reattore nucleare e una pianta di pistacchio ancora in germoglio.
Il mix da aneurisma dell’aorta addominale rimase intatto anche dopo la cena di Natale e così Marcomauro pensò di smaltire le calorie in montagna, a marce forzate nella neve. La preparazione dello zaino gli aveva portato via almeno tre notti, del tonno non era completamente convinto, lo sostituiva in continuazione con carne in scatola, vasetti di ginseng e perfino cocco fresco, che al momento non sapeva dove trovare. Si immaginava nel cuore della montagna, solo sul sentiero nella tormenta: magari una quarta stecca di Toblerone l’avrebbe potuto salvare dalla crisi di ipotermia con successivo delirio e coma vigile: ma se poi la nebbia non fosse arrivata? Rischiava di dover ingurgitare quasi un chilo di cioccolato per niente con gravissime ripercussioni sull’inizio di diabete senile che già sentiva di accusare. Decise per il tonno. Lo
testò per qualche giorno, abbinandolo a dosi omeopatiche di sesamo e Gatorade e non vomitò. In compenso il suo alito prese un bouquet da peschereccio d’altura che la gatta Sandrina mostrò di apprezzare in privato, con decisi colpi di lingua e morsichini alla barba. Ogni giorno di vacanza in montagna era stato immaginato nel dettaglio dal giorno in cui la casa era stata prenotata, quattro mesi prima. Marcomauro ripassava mentalmente la levata dal letto, la colazione, la vestizione e soprattutto la preparazione dello zainetto, da cui sarebbe dipesa la sopravvivenza. Sulle vipere – che immaginava iraconde anche in inverno – era fatalista: dopo il morso la pressione gli sarebbe crollata all’istante impedendogli l’estrema digitazione al gps per chiamare l’elicottero. Rimaneva l’iniezione di atropina nel cuore, ma era certo che l’ago si sarebbe spezzato nell’impatto.
Il supermercato, in fondo alla rotonda di una periferia attraversata da un unico pullman, era deserto. Marcomauro ci andava all’una in punto per non trovare la coda alla cassa e poter calcolare in pace il numero di sacchetti da prendere in base alle provviste. Vista da lontano la cassiera calva, l’unica al lavoro a quell’ora da dopo bomba, somigliava a uno Sputnik. Non che fosse veramente calva, ma aveva attaccato al cranio come del pelo di coniglio rasato, una lanugine biancastra, che a MM ricordava i pappi dei salici, attraversata da radi capelli color canguro penzolanti ai lati delle orecchie. Qualcuno tagliava verticalmente la lanugine creando un effetto ghiacciaio, altri spuntavano dritti dall’occipite come le antenne del modulo di Gagarin. Completavano il quadro gli occhiali che Tito Stagno portava durante le dirette dello sbarco sulla luna. Il sorriso poi era tutt’uno con la veduta delle grotte di Postumia di una vecchia cartolina trovata da Marcomauro nelle memorie di Massimo d’Azeglio.
«Bancomat o carta?», avrebbe alitato orripilando il lapin, mentre il neo peloso a lato del labbro destro sarebbe entrato in vibrazione, cambiando leggermente di colore come il led di un antifurto. Quelle parole avevano il potere di provocare un cortocircuito nel cervello di Tomboletti, impedendogli all’istante di ricordare il numero del bancomat. Era già capitato: dopo aver perfettamente insacchettato la spesa, con le buste rase al centimetro già risistemate nel carrello, al momento di digitare il codice andava in amnesia, tirando fuori combinazioni assurde, date di nascita di donne vagheggiate cui faceva inutilmente puntuali regali di compleanno. La calva era stronza, riusciva a sillabare una frazione di secondo prima che Tomboletti le togliesse di mano il pos e digitasse furiosamente. Mancava totalmente di intuito psicologico: poteva mai un essere vestito di una gabbana nera da ventriloquo e pantaloni di vellutino “fece di lontra” avere in dote una carta di credito? La risposta «bancomat» apriva nella psiche di Marcomauro voragini depressive e sensi di colpa, crollo verticale dell’autostima per il mancato possesso di una qualsiasi visa e la conseguente schedatura alla voce disperati. Al supermercato Tomboletti parcheggiò alla minima distanza dal deposito carrelli, per evitare che i sacchetti riempiti all’orlo tracimassero all’uscita in caso di pioggia improvvisa, data la successiva inevitabile corsetta verso la macchina. Alla discesa dal mezzo aveva già in mano il dischetto di plastica rossa da inserire nello sblocco del carrello, e in meno di quindici secondi era davanti alle insalate.
La lista prevedeva un ventaglio di abbinamenti di cibo per colazione, mezzogiorno e sera, con infinite variabili dovute al tempo atmosferico, allo stato di Marcomauro appena sveglio, alla durata media di digestione degli invitati, a una possibile stipsi da cambio dietetico, alle punte di gastrite sempre in agguato, fino all’eventualità, giudicata comunque remota, del blocco intestinale. Ogni possibile sussulto gastrico, escluso forse il vomito del lattante, era stato vagliato a fondo e anticipato sulla carta da miscugli dietetici degni del mago Merlino. Intanto il carrello si andava colmando, con gli alimenti disposti come i mosaici di Ravenna: arrivato alla cassa, nella sua mente simile alla barriera dell’autostrada, Tomboletti estraeva per tempo la carta fidelizzante e la inseriva nell’apposita fessura dell’avvisatore di plastica, messo di traverso dalla calva per fargli dispetto. Da due anni agognava il set da pinzimonio disegnato da Giugiaro, ma Jessica Rabbit gli stornava i punti come si fa con la patente: non sopportava che MM comperasse certi cetriolini in salamoia dalla vaga forma a cavaturacciolo, che le ricordavano l’unico peccato commesso con un gommista in gioventù. La mente lavorava alacremente per compulsare il numero esatto dei sacchetti da acquistare, questa volta eccezionalmente tre, causa le scorte da Hercules C 130 di mezzepenne alla segale cornuta che Marcomauro contava di cucinare per quindici sere di seguito rischiando il beriberi
La richiesta stava per partire quando alle sue spalle una voce blaterò un: «Salve! Posso disturbarla un attimo?» Era l’imitazione venuta male di un cercopiteco, forse un metro e quaranta di ossa ricoperte dalla tenda rossa di Umberto Nobile, assenza totale di caratteri femminili esterni, il volto, che ricordava quello di Sandro Mazzinghi poco prima del ko, circonfuso da aghi di pino già secchi in forma di capelli. Tomboletti barcollò. Ma, elegante, rispose: «Mi dica», tenendo d’occhio la calva perché non digitasse due volte le sogliole. Si ritrovò socio sostenitore del miele di Amitrano, tessera vitalizia, cinque vasi da un chilo sparsi per il carrello, pappa reale come se piovesse e un’ape di peluche con ronzio bitonale incorporato.
La calva, perfida, tirò fuori da sotto la cassa un gigantesco sacchetto di carta riciclata dondolandolo tra il pollice e l’indice, ma Tomboletti era già in avanzato stato confusionale, invece del codice bancomat gli veniva in mente la pressione del mattino, 128 su 89 – la minima un po’ altina peraltro – e capì che non c’erano speranze di cavarsela. Vedendolo già eviscerato, pelo di coniglio glissò sulla questione carta o bancomat limitandosi a un semplice «digiti pure il codice», che Marcomauro non sentì neppure, perso nella teoria dei quanti.
Al secondo inutile tentativo incominciò a sfregare la tessera sulla tela della gabbana come l’archetto sul budello per cercare, diceva, «di rimagnetizzarla», mentre l’intera tabellina del nove gli frullava per la testa assieme a vecchi codici Abi e Cab. Tristemente chiese carta e penna, perché «vedendolo scritto sono più sicuro che il numero sia giusto», ma gli venne fuori il telefono del soccorso antivalanghe, che in montagna può sempre essere utile, ma non al supermercato. Bugs Bunny lo guardava come un interessante reperto della legge Basaglia, mentre il cercopiteco femmina insisteva sugli infiniti benefici che la pappa reale porta a una memoria «diciamo un po’ affaticata». Alla cassa di fianco intanto era comparsa la Sindone, lunga come il verme solitario, capelli destrutturati tra il nero e il blu, pelle color di un incunabolo. Con una vecchia paonazza dal carrello pieno di minestre surgelate si accaniva contro l’inettitudine del maschio domestico, accennando col mento all’immagine larvale che le stava a lato, con il pos pendulo e l’occhio vitreo di Dorando Pietri a un metro dal traguardo. Altre Parche stazionavano in fila indiana dietro il carrello che Marcomauro aveva composto come una tela di Piet Mondrian, mormorando malignità: «Al giorno d’oggi ogni scusa è buona per non pagare, poi dicono dei marocchini, quest chi l’è vun di noster». «Non poteva quel citrullo segnarsi il numero su un foglietto?» «E’ troppo magro, tutta quella roba l’ha rubata per rivenderla e Diomira l’ha beccato. Han già chiamato i carabinieri». Diomira era il nome della calva, che intanto metteva in fila indiana come cadaveri di lucertole lunghi scontrini vomitati dal pos, esausto dopo la finale digitazione della data di morte di Che Guevara.
Marcomauro aveva dichiarato la resa incondizionata, il coniglio mannaro non faceva prigionieri e i tre sacchetti di plastica più il gigantesco di carta giacevano disossati nel carrello, con le vivande mal sistemate e i vasetti di miele che rotolavano fuori come mossi dalle stesse api. Ormai filettato e pronto per la panatura, Tomboletti si rese conto che non aveva segnato il numero del bancomat da nessuna parte, ma in compenso tra le pieghe della patente erano riposti due coriandoli di carta con le cifre di vecchie tessere che aveva lasciato lì, diceva, «per confondere i ladri se mi rubassero un’altra volta il portafogli». A secco di contanti, non poteva certo fare un bancomat, per prelevarli in banca serviva il numero di conto, che al momento vagava in qualche punto dello spazio tra le nane bianche. La calva era al trattato di Rapallo: «O lascia qui la spesa e torna col numero, o si fa prestare dei contanti, oppure abbandona del tutto e pensiamo noi a rimettere gli articoli al loro posto». Tra un po’ ci scappava anche l’Istria italiana. Di colpo, Marcomauro capì che ormai era arrivata la Befana.
Mario Chiodetti
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