Ritorno al passato. Pensando al connubio squadra-pubblico valgono tesi e antitesi, c’è però una sintesi oltre il sindacabile: i soggetti parlano la medesima lingua, comunicano offrendo spunti capaci di trasmettere convinzione, in ambo le direzioni. Affermare con certezza chi lanci la scossa è ragionare sul vuoto pneumatico: a regola la mossa spetta sempre ai protagonisti in campo, ma è altresì corretto scrivere che la gente, se fiuta il buono, è in grado di fare il passo più lungo della gamba. In autonomia. Tutto ciò al di là del bene o del male, al di là dei semplici numeri.
L’aspetto rilevante: la pancia di Masnago ha ripreso a ruggire, davanti al gruppo di Stefano Sottili avverte il profumo del fatto in casa, la semplice semplicità di sentirsi sfidanti. Un tesoro riscontrato nella prima stagione di B, a timbro Sannino, ma già in via d’estinzione nella seconda: gustate pietanze di classe, è stato naturale rapportarsi in via diversa. Non significa da saccenti con puzza al naso, semplicemente da chi avendo conosciuto la nuova casa, la categoria, ha smesso di considerare tutto un balocco da 25 dicembre: sta nell’ordine dei fattori.
La nuova casistica inizia ad avere una certa rilevanza, non fondata su alcun dato eterno e dunque fatta a naso, a caso o a caso senza “s” e due “z”.
Reduci da una stagione da cardiogramma piatto, l’ultimo Varese trasmetteva emozioni da Panda in divieto di sosta, per ritrovare azioni di forza alla Schwarzenegger, vedasi Pescara e Reggina con squadra e pubblico che hanno deciso non potesse finire come sembrava, bisogna appunto tornare ai Sannino’s, oppure ad alcune gare dei Maran’s. Vibrazioni presenti nelle semifinali con il Verona, non certo a Varese-Samp giocata sì davanti a 9.000 persone, ma in sospensione da eccesso d’adrenalina.
Saranno anche le castagne di Pavoletti che annichiliscono i limiti di velocità, ragion per cui bisognerebbe levargli punti sulla patente, ma crediamo sia più merito del già menzionato profumo del fango, emerso a galla. Prendiamola anche da un altro lato: a volte il Varese è sembrato fortunato, tipo ad Avellino. Sì e no, anzi no: la buona sorte te la chiami, devi meritartela credendoci. La Dea Bendata non pascola alla cieca, premiando il primo che incontra.
Sommato tutto, un motivo per definire l’attuale un grande inizio sta proprio qui, nell’essere stati capaci di ripartire da zero. Tutti, squadra, appassionati e addetti ai lavori.
Varese
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