La truffa del finto magnate svizzero: 700mila euro spariti e un’assoluzione finale

Un imprenditore russo accusa tre presunti businessmen di averlo raggirato
Ma per il tribunale le prove non bastano: “Il fatto non sussiste”

Spacciandosi per un facoltoso finanziere ebreo con solide basi logistiche in Svizzera, Goiko Jovanovic, insieme ai soci Daniel Nikolic e Franco Jovanovic, avrebbe messo a segno una sofisticata truffa internazionale ai danni di un imprenditore russo residente a Dubai, riuscendo a sottrargli circa 700mila euro. L’operazione, secondo l’accusa, si sarebbe conclusa in un ufficio fantasma di viale Rimembranze, a Busto Arsizio.

Quando la presunta vittima, il magnate moscovita Oleg Zhokhov, si rese conto di essere caduto in un raggiro di vaste proporzioni, si rivolse immediatamente alle autorità, denunciando i tre falsi uomini d’affari. Un quarto soggetto, Golub Markovic, indicato come complice, risulta tuttora irreperibile. Tuttavia, nonostante i sospetti e una ricostruzione dettagliata dei fatti, il procedimento penale si è concluso con l’assoluzione degli imputati: per il giudice Rossella Ferrazzi, “il fatto non sussiste”.

Una falsa identità costruita nei dettagli

Goiko Jovanovic si presentava con il nome di Denis Aaron Goodman. Indossava sempre la kippah, sfoggiava abiti scuri e camicie bianche, portava la barba acconciata secondo la tradizione ebraica e si dichiarava un potente magnate dell’oro con interessi in Svizzera.

L’incontro con Zhokhov risaliva al 2015, all’hotel Armani di Milano, dove tra i due nacque un rapporto apparentemente amichevole, la cui reale natura non è mai stata chiarita. I rapporti tra i due, del resto, apparivano già opachi: nel 2016 il russo aveva denunciato Jovanovic per una fuga dopo un incidente stradale, ma anche in quel caso l’accusa si era conclusa con un’assoluzione.

L’affare immobiliare e l’investimento lombardo

Nel maggio 2017 Jovanovic propose a Zhokhov un doppio affare: da un lato l’acquisto di un immobile di lusso a Dubai, dall’altro l’avvio di una società in Lombardia legata allo smaltimento dei rifiuti. A scegliere la casa negli Emirati sarebbe stato un presunto fratello di Jovanovic, che individuò una penthouse da due milioni di euro.

L’accordo prevedeva uno scambio incrociato di capitali: Jovanovic avrebbe versato una caparra di 650mila euro per l’immobile, mentre il magnate russo avrebbe trasferito 500mila euro per finanziare la start-up in Italia. Per chiudere l’intesa, le parti si incontrarono nell’ufficio di viale Rimembranze, alla presenza di un collaboratore di Zhokhov e di altri soggetti che si fingevano ebrei, alcuni addirittura con vistosi copricapi rituali.

Secondo la denuncia, in quell’occasione le mazzette destinate alla caparra sarebbero state mostrate, contate e imbustate, per poi essere sostituite con banconote false attraverso una serie di distrazioni create ad arte.

Il processo e la caduta dell’accusa

Una volta scoperto l’inganno, Zhokhov si rivolse agli investigatori del commissariato di via Foscolo, che individuarono rapidamente i presunti responsabili. In fase preliminare, il russo e il suo collaboratore si costituirono parte civile, ma non confermarono la scelta durante il dibattimento, pur rendendo testimonianza in videoconferenza.

La sentenza ha però ribaltato l’impianto accusatorio. «Nessun documento è stato fornito a supporto degli accordi contrattuali, nonostante la rilevanza economica dell’operazione», ha scritto il giudice Ferrazzi. «Non sono stati chiariti i reali rapporti tra imputati e parti offese e la ricostruzione fornita dai russi è apparsa inverosimile e priva di riscontri oggettivi».

In assenza di prove concrete e verificabili, il tribunale ha assolto i tre imputati, ponendo fine a una vicenda dai contorni internazionali ma dalle fondamenta giudiziarie fragili.