Busto Arsizio – Mai come quest’anno si è rischiato che il carnevale bustocco chiudesse i battenti. Invece anche oggi i carri con il Tarlisu e la Bumbasina lasceranno per un pomeriggio il fatiscente capannone di piazza Leone XIII per sfilare in mezzo alla gente di Busto, come avviene da 37 anni. Perché malgrado i problemi economici e le condizioni difficili in cui è costretta a lavorare, la Famiglia Sinaghina non molla.
E come potrebbe essere diversamente, con un patron della tempra di Giovanni Sacconago? «Bisogna ringraziare l’attuale presidente Angelo Genoni e mio nipote Marcello, vicepresidente operativo della Sinaghina: sono loro che, in poco tempo, hanno organizzato tutto – spiega Giovanni – Sono felice che mio nipote abbia preso a cuore il carnevale, lo vedo davvero coinvolto». Senza Tarlisu e Bumbasina, senza la sfilata dei carri, sarebbe stata più povera Busto. «Il carnevale è nel cuore dei bustocchi da sempre – ricorda Sacconago – Io non ho inventato niente. Ho ereditato questa tradizione dai miei nonni, dai genitori e ho cercato di tramandarla».
Le tradizioni. Si accalora Giovanni, quando pronuncia questa parola, e il tono della voce si alza per sottolineare l’importanza del concetto: «Io prego affinché le tradizioni non vengano mai dimenticate. Non avvenga mai che si dia forfait su quello che rappresenta la nostra storia, il nostro passato. Piuttosto, bisogna rilanciare tutto questo – auspica il patron della Sinaghina – Le tradizioni sono il sale di una comunità, come possono essere dimenticate?».
Una storia che d’altronde è ancora ben viva e presente anche in una Busto profondamente trasformata rispetto ai tempi in cui Giovanni, con altri amici, fondava la Famiglia Sinaghina: «Ma anche allora la nostra idea era quella di rilanciare una tradizione bustocca, non certo quella di fare un po’ di baccano a carnevale- insiste Sacconago – Poi questa festa è entrata nel cuore della gente di Busto. Pensiamo solo al fatto che in città esistono un'”Osteria dul Tarlisu”, un caffè “A Bumbasina”; anche il ristorante aperto recentemente, “Al Büsti Grandi”, sfoggia il Tarlisu e la Bumbasina tra i simboli».
Ma il Tarlisu oggi cosa direbbe di Busto? «Meglio che non parli…». Ricordare il passato non come sterile esercizio nostalgico, ma come solida base su cui progettare il futuro: «Chi è chiamato a gestire la città si ricordi di questo – aggiunge – Oggi si organizzano eventi su eventi, ma devono esserci delle priorità. All’inizio di ogni anno, l’amministrazione faccia una scaletta, che metta ai primi posti le feste della tradizione. Magari così non si arriva a decidere di organizzare il carnevale pochi giorni prima».
Malgrado tutto però, da Giovanni arrivano parole di speranza per il futuro: «Sono ottimista. Ripongo la mia fiducia nelle scuole, negli oratori, nelle associazioni. Possono fare ancora tanto per tramandare la nostra storia alla gioventù. E pazienza se diminuiscono i soldi: l’importante è che non vengano a mancare le energie e l’entusiasmo. Quello che avevamo da ragazzi quando abbiamo organizzato il carnevale per la prima volta».
Francesco Inguscio
p.rossetti
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