L’effetto delle start up E l’assalto dall’estero

Accolgo con piacere, e non mi stupisco del fatto, che un fondo cinese abbia messo gli occhi e le mani su wetalia, start up made in Varese attiva nel settore online degli sconti e delle offerte sullo stile di Groupon.

Leggo anche dalle pagine di economia del nostro giornale l’avventura del suo fondatore Mauro Morganti, e in quel che racconta rivivo le stesse situazioni che ho vissuto con i tanti startupper che a me si sono rivolti per una mano in quello che noi tecnicamente chiamiamo Fundraising.

Un aspirante neo imprenditore ha di fatto quattro vie per trovare i soldi necessari al suo progetto: il capitale proprio o quello di amici e familiari, le banche, i contributi pubblici e i fondi di venture capital. Togliamo subito dal campo di gioco le banche: per Dna e tipologia di impieghi non sono i soggetti in grado di assumersi certi livelli di rischio.

Parenti e amici sono utili nella primissima fase, quando i soldi necessari sono relativamente pochi e l’idea è talmente embrionale che è difficile riscuotere l’interesse di un soggetto terzo. La fase che segue è quella dei contributi pubblici e qui è necessario fare una distinzione: utili sono quelli concessi a fondo perso mentre meno lo sono quelli erogati sotto forma di finanziamenti agevolati.

Una start up per crescere e consolidarsi ha la necessità di reinvestire i flussi di cassa generati e non di usarli per restituire denaro preso a prestito. Quindi? L’ultima opportunità è il venture capital e cioè investitori finanziari specializzati in questo tipo di intervento. I fondi di investimento, però, richiedono un approccio specializzato che spesso gli aspiranti neoimprenditori non possiedono.

Inoltre, al di là dell’effetto mediatico di cui hanno goduto in questi ultimi tempi, il numero di investimenti chiusi in Italia dimostra come anche questa via abbia ad oggi molti limiti. Normale che investitori cinesi più liquidi, veloci e meno pretenziosi di quelli italiani, stiano alla finestra pronti a cogliere le opportunità che siamo in grado di offrire. Internazionalmente, infatti, l’Italia è riconosciuta come uno dei migliori Paesi in termini di creatività imprenditoriale. Peccato però che tale creatività spesso venga poi affogata in un sistema Paese completamente da ricostruire.

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