Lina Wertmüller premiata a Luino

Premio Chiara per aver ricoperto in teatro, tv e cinema ruoli di primissimo piano, sempre moderni e irriverenti

Ironica, spiazzante, con uno dei suoi 500 paia di occhiali bianchi, quelli che comprò in blocco tanto le piacevano. Se stessa più che mai, al Teatro Sociale di Luino, Lina Wertmüller ieri ha ricevuto il riconoscimento alla carriera del Premio Chiara. Riconoscimento che le ha strappato un’emozione, soprattutto durante la proiezione del documentario “Dietro gli occhiali bianchi” girato da Valerio Ruiz. Un passaggio di quel filmato la ritrae nella casa delle vacanze dove si recava con Enrico

Job, artista geniale con il quale ebbe un sodalizio professionale e familiare durato 40 anni: «Nell’amore o si sta nel ruolo, si recita una parte, e uno ama sempre più dell’altro. Oppure ognuno mantiene la propria identità e forse questo è il modo di amare più completo che esista». Sarà questo il segreto della vita artistica della Wertmüller? Una vita trascorsa rifiutando le codifiche e l’articolo femminile davanti a «regista», «inseguendo il divertimento prima del successo».

Il Premio Chiara alla Carriera – consegnatole da Romano Oldrini, presidente dell’associazione Amici di Piero Chiara – per aver ricoperto a teatro, in tv e al cinema, ruoli di primissimo piano sempre moderni e irriverenti e perché prima regista donna ad aver ricevuto la nomination all’Oscar (con “Pasqualino Settebellezze” del 1975), è stato accolto con un «grazie davvero». Sicuramente è un riconoscimento in più, che arriva dopo la direzione di 30 film e chissà quanti ancora ne arriveranno, «perché non bisogna smettere mai, lo dico da “ottimista terrorizzata”».

Durante la serata, condotta da Claudia Donadoni, sono stati affrontati alcuni temi che hanno animato le sue commedie sfrontate e a tratti grottesche. Il posto che ciascuno occupa nella società, per esempio, è il tema di “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto” (1974). Si è parlato di ciò che nella vita non si riesce a fare, «che è più di ciò che effettivamente si fa, ma la vita è anche questo».

E del rapporto con gli attori, che Lina Wertmüller considera «strade da seguire perché permettono di raccontare». Gli attori protagonisti dei suoi film sono reinterpretati dalla fantasia della regista, che li sceglieva istintivamente, come Rita Pavone nel ruolo di Gianburrasca, per il film realizzato per la Rai nel 1964. «Rita è speciale, una specie di folletto. Ha molto talento, non solo per come canta e balla, ma per me sarà sempre un folletto».

Alla Wertmüller si deve la scoperta, nel film “Mimì metallurgico ferito nell’onore”, della coppia Mariangela Melato-Giancarlo Giannini: «Due attori bravi e generosi, per i quali non era facile sostenere il paragone con una coppia che ha fatto il cinema italiano come quella di Marcello Mastroianni e Sophia Loren. Ogni coppia è un mondo e i due mi sono piaciuti, purtroppo abbiamo perso Mariangela che ha lasciato un vuoto grandissimo».

Paolo Mereghetti e Mauro Gervasini, che l’hanno intervistata sul palco, le hanno chiesto se fosse affezionata a qualche attore o film in particolare. «Ho girato 30 film, li amo tutti allo stesso modo come dei figli, con i quali si ha sempre un rapporto delicato, ma di pari amore» ha risposto la Wertmüller, che ha voluto fare un tributo a Sophia Loren: «Molto seria nel suo lavoro, di lei non posso che dire meraviglie, è addirittura meglio di quello che crediate che sia».

Lina Wertmüller è approdata al cinema nel 1963 come aiuto regista di Federico Fellini nel film «8 e 1/2». Ed è con la frase conclusiva di quel film che la, o meglio il, regista condensa la sua carriera fino ad oggi: «È una festa la vita, viviamola insieme».