– Alla fine, ha vinto Chicchi. E assieme a lei, abbiamo vinto tutti noi. Perché come ha scritto Stefano Affolti, «tutti noi, appassionati e profani, entusiasti e lamentosi, facciamo un fioretto facile facile: immaginiamo di correre, almeno mentalmente, almeno per cinque minuti, con Chicchi e i suoi amici». Lo abbiamo fatto.
Ed è stato splendido anche solo vederli arrivare in massa al traguardo, un esercito di un centinaio di persone che ha riempito il cuore di tutti quanti coloro che li aspettavano. E’ anche difficile stare a guardare, per chi non corre. Perché viene la tentazione di mettersi in pantaloncini e maglietta e correre con loro, spingere anche per cinque metri la carrozzina di Chicchi. Sarebbe un’irrimediabile pozione di felicità, un colpo di vento che ti spettina i capelli e ti lascia un sorriso a trentadue denti. E tu che non corri, ti domandi cosa ci fai ai margini di quel percorso a guardare gli altri.
Quella degli amici Chicchi è una lezione per tutti noi, che ci ricorda di apprezzare la vita in tutte le sue difficoltà. E saper sorridere, sempre. Perché ieri Chicchi l’ha fatto, per tutto il tempo. Era felice, glielo si leggeva in volto. Ha concluso una maratona così come la concluse nel 2007 a New York. Perché è giusto che Chicchi, al secolo Patrizia, ieri fosse in mezzo alla grande famiglia dei runner. Dove tutti applaudono tutti e si incitano, dove ci sono maratoneti di 79 anni, dove ognuno intraprende una sfida con se stesso e quando finisce quei 42 chilometri e 195 metri è una persona diversa. E se non hai il coraggio di fare il primo passo, non ti muovi più. Gli amici di Chicchi l’hanno fatto, il primo passo è stata un’idea, quella di riportare la loro amica a fare una maratona.
E da quel momento, hanno trovato attorno a loro una quantità inimmaginabile di persone, di amici, che hanno voluto accompagnare Chicchi metro dopo metro, ognuno dando il proprio contributo, in questo suo viaggio lungo 42 chilometri e 195 metri. Assieme a loro c’era idealmente anche Roberto Bof, che era a Berlino, a correre
un’altra maratona, ma con Chicchi nel cuore ed una bandiera tra le mani. Gli amici avevano dichiarato che avrebbero voluto concludere la maratona entro le quattro ore, ed hanno fatto ancora meglio: tre ore e 59 minuti, prima di ricevere il calore, l’affetto e gli applausi di tutte le persone assiepate all’arrivo.
Chicchi ha esaudito il sogno del suo nipotino, che in quel disegno che ha scatenato tutto ed ispirato il logo presente sulle magliette “Io corro con Chicchi”, aveva raffigurato la zia in carrozzina e poi di nuovo sul podio di una maratona. E così è stato. Chicchi ci è riuscita. La Maratona del Lago di Varese sinceramente non poteva sperare in un esordio migliore. Ma non per una mera questione agonistica ed organizzativa, parleremo anche di quello. Semplicemente perché ha regalato emozioni, grazie a Chicchi ma grazie anche a qualsiasi maratoneta abbia chiuso stremato al traguardo della Schiranna, non riuscendo nemmeno a rispondere alle domande di uno speaker fin troppo invadente. Questo è l’unico appunto della giornata: quando un runner finisce la sua fatica è difficile che abbia voglia e forza di parlare al microfono per rispondere a domande banali, quindi non è necessario prenderli per un braccio e chieder loro di dire qualcosa. Quando la Chicchi band è arrivata al traguardo, intorno alle 13.20, è stata subito grande festa. Foto, abbracci, canti, sorrisi, qualche lacrima di fatica e di emozione. Ed una sola grande sensazione comune, è stata una mattinata bellissima.













