Milano è la città di tutti. Di chi ci vive, di chi ci lavora, di chi ogni mattina alza la saracinesca di un negozio, prende un tram, accompagna i figli a scuola. È anche la città di chi scende in piazza per protestare, per contestare il governo, per cantare Bella Ciao. Ci mancherebbe altro.
Ma non può diventare la città di chi pensa che una manifestazione sia un lasciapassare per devastare strade, danneggiare beni pubblici e privati, aggredire le forze dell’ordine e lasciare il conto da pagare a tutti gli altri.
E soprattutto non possiamo continuare ad assistere al solito copione del giorno dopo.
Arriveranno le dichiarazioni di condanna, le prese di distanza, le rassicurazioni sul fatto che la stragrande maggioranza dei manifestanti era pacifica e che a provocare gli incidenti sono state soltanto alcune frange estremiste. Probabilmente sarà anche vero. Ma non basta più.
Perché la responsabilità penale è individuale, mentre quella politica e culturale può essere molto più ampia.
Da anni una parte della sinistra italiana alimenta una rappresentazione del Paese nella quale il governo è sistematicamente dipinto come una minaccia autoritaria, le forze dell’ordine vengono guardate con sospetto e ogni intervento per garantire la sicurezza rischia di essere bollato come repressione.
Non tutta la sinistra, naturalmente. Ma una parte sufficientemente influente da condizionare il dibattito pubblico, nelle piazze, nelle università e sui giornali.
È legittimo criticare il governo Meloni, contestare le sue politiche e persino considerarle profondamente sbagliate. È il sale della democrazia. Ma quando il linguaggio politico diventa una continua delegittimazione delle istituzioni, quando ogni scontro viene interpretato come una battaglia contro un presunto regime, si finisce per costruire un clima nel quale qualcuno può convincersi che tutto sia consentito.
Non significa attribuire automaticamente ai leader dell’opposizione la responsabilità delle violenze. Significa però chiedere loro di interrogarsi sul clima politico che contribuiscono ad alimentare.
Non basta condannare chi lancia una pietra, se poi si continua a giustificare culturalmente l’ostilità verso tutto ciò che quella pietra colpisce.
C’è poi un altro aspetto, spesso trascurato: il disprezzo per la proprietà privata, per le attività economiche, per quella società fatta di persone che lavorano, producono, pagano le tasse e tengono in piedi il Paese.
Una vetrina distrutta non è un simbolo della lotta al capitalismo. È il danno subito da qualcuno che magari ha investito i risparmi di una vita nella propria attività. Un’automobile incendiata non è una forma di dissenso. È un bene che qualcuno ha acquistato lavorando. Un autobus danneggiato non è un colpo al potere. È un servizio sottratto ai cittadini.
Ecco perché il problema non può essere liquidato con la distinzione, pur necessaria, tra manifestanti pacifici e violenti.
Occorre anche una riflessione sul ruolo di chi, nella politica, nell’informazione e persino nell’insegnamento, rischia di trasformare il legittimo dissenso in una delegittimazione permanente delle istituzioni. La storia italiana ha già conosciuto la stagione dei cosiddetti cattivi maestri: non serve evocare impropriamente equivalenze con gli anni di piombo per comprendere quanto possano pesare le parole quando diventano giustificazione della violenza.
Ma soprattutto occorre cambiare le regole.
Il diritto di manifestare deve essere garantito, senza esitazioni. Allo stesso modo deve essere garantito il diritto degli altri cittadini a vivere in sicurezza.
Servono controlli più efficaci, identificazione tempestiva di chi partecipa alle violenze, applicazione rigorosa delle norme sul travisamento del volto, strumenti di videosorveglianza adeguati e una presenza delle forze dell’ordine proporzionata ai rischi.
E serve aprire una discussione seria sulla responsabilità degli organizzatori. Non per attribuire loro automaticamente i reati commessi da altri, ma per stabilire obblighi di collaborazione, prevenzione e gestione dei rischi, con conseguenze effettive in caso di comportamenti negligenti accertati.
Anche il tema del risarcimento dei danni deve diventare centrale. Chi devasta deve pagare, attraverso strumenti che rendano concretamente possibile recuperare le somme dovute, senza scaricare sistematicamente tutto sulla collettività.
Perché oggi il paradosso è proprio questo: chi distrugge spesso conta sull’anonimato e sull’impunità, mentre chi subisce i danni deve affrontarne le conseguenze economiche.
Una democrazia forte non ha paura delle manifestazioni. Ma non può avere paura nemmeno di far rispettare le proprie leggi.
Milano non appartiene a chi urla più forte, a chi occupa una strada o a chi pensa di poter imporre le proprie idee con la violenza.
Appartiene ai suoi cittadini. Anche a quelli che non manifestano, che non fanno rumore e che il giorno dopo devono tornare al lavoro attraversando le strade lasciate in disordine.
Difendere la libertà di manifestare significa anche impedire che venga sequestrata da chi vuole trasformarla in violenza.
E chi ha responsabilità politiche, a destra come a sinistra, dovrebbe avere il coraggio di dirlo senza cercare ogni volta un alibi.











