VARESE Non nuove palazzine popolari, ma più edilizia convenzionata. Per tagliar fuori gli immigrati.
É l’indirizzo del Comune per rispondere all’emergenza abitativa che negli ultimi mesi a Varese è sostanzialmente esplosa, però privilegiando il più possibile i varesini rispetto alla crescente quota di stranieri.
«Ci siamo già mossi in tal senso», spiega il lumbard Fabio Binelli, assessore all’Urbanistica: «Visto che anche i costruttori ce lo chiedono, pensiamo di rispondere aumentando la quota di edilizia sociale convenzionata stabilita nelle convenzioni dei piani attuativi destinandola alle giovani coppie con il vincolo che almeno uno sia residente a Varese da più di dieci anni».
Negli ultimi interventi approvati, quello dell’ex Enel in viale Aguggiari ad esempio, tale quota ammonta al 10% come previsto dalla Regione. A Varese sarà ulteriormente aumentata a 15 o 20%, in base alla disponibilità dell’imprenditore.
Guardando alle richieste di alloggio o di sostegno all’affitto, che di stranieri o di italiani si tratti, in ballo ci sono sempre persone rimaste senza i soldi per pagarsi mutuo o canone a prezzo di mercato.
Tutte loro vanno quindi in cerca di sostegno a carico del pubblico, indipendentemente dalla nazionalità. Da ultimo però la quota degli stranieri è aumentata in modo considerevole, secondo i servizi sociali del Comune, di pari passo con quelli che hanno subito uno sfratto per morosità. Rispetto ai 167 disposti in città dall’autorità giudiziaria nel corso del 2010, quest’anno a fine novembre risultavano il 20% in più con una proiezione di 200-210 sfrattati per la fine dell’anno. Di questi, nei primi undici mesi del 2011 gli stranieri sono stati un’ottantina, mentre erano 50 un anno fa. Per le richieste di alloggio, in Comune si prevede un aumento dal 14% dell’anno scorso al 20% del prossimo anno.
Il fatto è che al di là del numero dei richiedenti, quelli stranieri arrivano più alti in graduatoria e si prendono le case lasciando i varesini nella lista d’attesa, trattandosi spesso e volentieri di persone in condizioni più precarie, che perdono il lavoro prima, che hanno mogli che non lavorano e che per di più spesso abbondano di prole a carico.
Da qui l’idea. Visto che la lista dei richiedenti alloggio si allungherà di un altro centinaio di nomi come minimo (erano 593 nel 2010), meglio evitare di far costruire nuove palazzine all’Aler che segue criteri regionali per l’assegnazione e che per spendere meno storce il naso alla proposta di ristrutturare immobili in disuso, ma richiede terreni “vergini”.
«Mi sembra illogico che si costruisca ex novo in generale, a maggior ragione quando conosciamo bene le problematiche delle graduatorie. Non ha senso nemmeno che si costruiscano centinaia di appartamenti che restano invenduti perché hanno prezzi esorbitanti quando c’è gente che non trova una casa a un prezzo ragionevole. Nel caso dei varesini che fanno richiesta al Comune spesso sono persone che possono spendere magari 1.800 euro al metro quadro ma non tremila», spiega l’assessore.
Alzare la quota di edilizia sociale nelle convenzioni tra privato e Comune invece permette di introdurre criteri che non possono riguardare la cittadinanza, ma che vanno a vantaggio dei residenti di medio-lunga data. «É una soluzione legittima per soddisfare la domanda del nostro territorio. É compito del Comune quello di preoccuparsi della cittadinanza».
Francesca Manfredi
s.bartolini
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