“Per Varese rischiò il linciaggio Ma salvò il parco dal cemento”

“Per Varese rischiò il linciaggio Ma salvò il parco dal cemento”

VARESE (f.man.) Se alzando lo sguardo verso il Campo dei Fiori vedrete solo una grande chiazza verde, allora mandate un pensiero di gratitudine al «professore». Al posto di quelle chiome d’albero, a ricoprirlo oggi ci potrebbero essere tinte ben più spente e molto, molto più vicine al grigiore del cemento: nel pieno degli anni Settanta e del dilagare delle speculazioni, Furia ha combattuto di persona e neanche tanto per modo di dire per creare un parco e mettere sotto tutela invalicabile, o quasi, tutta l’area del monte varesino che era finita in pieno nel mirino di costruttori, privati e non, in cerca di spazio ancora inviolato per villette e palazzine. Una trovata del genere all’epoca era assolutamente inedita e aveva suscitato le ire di cacciatori e boscaioli che lo aspettavano con forconi e rastrelli fuori dalle riunioni istitutive del parco, ma anche di quelli che avevano tutto l’interesse a ostacolare i vincoli ambientali. Non erano solo varesini. «Ero sindaco a Luvinate – racconta Emilio Binda, diventato poi il primo presidente del Parco – mi ricordo bene che soltanto nel mio Comune c’erano parecchie richieste per costruire nell’area che oggi è protetta. Una parte erano luvinatesi o comunque residenti in zona, una parte no». L’altra parte, appunto, veniva soprattutto da Milano. «Ricordo che una volta, durante un comizio pubblico, avevo lanciato il messaggio in modo

ironico: “Non posso permettere che i milanesi vengano qui nel mio paese a rubare le zucchine”». Come se non bastasse, Furia e il suo parco erano stati sonoramente osteggiati anche dagli stessi comuni che non avevano alcun interesse a perdere consenso impedendo di costruire. «È stato sicuramente un precursore da questo punto di vista», racconta Giuseppe Barra, l’attuale presidente del parco, «allora in Italia parlare di parco naturale era una pazzia. So che Furia era stato anche fortemente contestato sul territorio e aveva rischiato il linciaggio per evitare danni ambientali. C’era sicuramente qualcuno che fomentava in modo particolare, qualcuno che oggi riconosce il valore del parco». Insomma, più volte ha rischiato di prenderle, ma qualche volta le ha anche date. Lo assicura il figlio, Massimo, che negli anni ‘70 era in fasce ma si è sentito raccontare qualche aneddoto direttamente dal protagonista. La cisterna di puzzolente acqua lacustre versata nella fontana di piazza Monte Grappa, ad esempio, gesto entrato negli annuari di Varese; e poi «era finito sotto processo dei maoisti che lo avevano quasi sequestrato perché considerato “nemico del popolo”». Ma a casa erano abituati. «Ogni tanto per una ragione o per l’altra ricevevamo visite “ufficiali”. Una volta sono arrivati i carabinieri che lo accusavano di terrorismo informativo: un giornalista aveva capito male e parlando di piogge acide aveva scritto che pioveva aceto».

s.bartolini

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