– Omicidio di : depositata la richiesta di archiviazione per . Il killer delle mani mozzate scagionato: non fu lui a uccidere la giovane scout il 5 gennaio 1987. A depositare la richiesta di archiviazione nei confronti dell’assassino di (con sentenza di condanna all’ergastolo in giudicato per quel fatto) è stata la stessa, il sostituto procuratore generale di Milano che nel 2013 avocò il fascicolo aperto da 27 anni sullo stupro e l’assassinio della bella studentessa di 20 anni, assassinata con 29 coltellata e lasciata a morire nel gelo dei boschi del Sass Pinì di Cittiglio. Manfredda, dopo aver depositato al gip la richiesta di archiviazione ha rivolto un appello.
«Chiunque sappia qualcosa dell’omicidio parli con noi. La nostra porta è sempre aperta. Chiunque ricordi, anche solo dei dettagli, si rivolga agli inquirenti – ha detto all’uscita dal tribunale varesino la sostituta pg – Non vi siano timori da parte di nessuno». Il 15 gennaio scorso, con ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Giorgetti su richiesta della stessa Manfredda, veniva arrestato , 49 anni di Brebbia, con l’accusa dell’omicidio pluriaggravato della giovane studentessa varesina.
«Le indagini continuano in modo serrato – ha spiegato il sostituto pg – siamo in una fase delicata e non intendo aggiungere altro». Manfredda ha chiesto l’incidente probatorio per cinque testi che la procura generale considera fondamentali per l’inchiesta in modo da cristallizzare informazioni e ricordi. L’incidente probatorio è stato chiesto per don, all’epoca dei fatti amico fraterno di Binda e che, per gli inquirenti, nel 1987 cercò di fornire un alibi a Binda per la notte del 5 febbraio, l’imprenditrice varesina che, guardando una puntata di Quarto Grado ha riconosciuto come quella di Binda la grafia della lettera in morte di un amica, recapitata a casa della famiglia Macchi il 10 gennaio 1987, giorno dei funerali della ragazza, per la sorella di Lidia, e per altri due amici che all’epoca frequentavano in modo assiduo sia Binda che Lidia.
In merito a Binda, Manfredda ha precisato: «Il nostro codice penale impone alla procura di svolgere indagini anche per provare l’innocenza dell’indagato – ha detto il sostituto pg – Stiamo facendo anche questo, naturalmente». Alla richiesta di incidente probatorio presentata dalla procura generale, si sono opposti i difensori di Binda: «Non ci sono i presupposti per accogliere questa richiesta».
«Nessuno sta facendo pressioni sui testimoni», ha detto , che ha aggiunto: «Anche sulle ragioni sulle quali si basa la richiesta di custodia cautelare crediamo ci siano dei margini di manovra», ha aggiunto Martelli. «A noi interessa che emerga la verità – ha concluso l’avvocato di Binda – Il mio assistito ha asserito di essere innocente. Se avesse invece ammesso la sua colpevolezza avremmo impostato diversamente la nostra linea difensiva». La richiesta di archiviazione della posizione di Piccolomo sarà probabilmente accolta. Lo stesso gip nell’ordinanza che ha portato Binda in carcere scrive che «le indagini hanno preso l’avvio da dichiarazioni che si sono poi rivelate infondate». Piccolomo è stato scagionato dal Dna trovato sulla busta che conteneva la poesia in morte di un’amica, che non era suo, e da una perizia grafologica che lo escludeva quale autore della missiva.













