Quei nativi digitali vittime della Rete

Quei nativi digitali vittime della Rete
L’editoriale di Laura Campiglio

Niente è per sempre, tranne una foto. L’amicizia non dura, l’amore nemmeno, l’adolescenza stessa passa, anche troppo in fretta. Una foto sul cellulare, invece, è eterna: indistruttibile e riproducibile all’infinito. Quindi se avete quindici anni inviare al vostro fidanzato uno scatto di voi a letto che vi contorcete pensando a lui non è una grande idea.

Perché archiviato l’amore la foto sarà ancora lì, con ottime probabilità che il vostro ex – sì, lui – la mostri al mondo intero, magari aprendo una pagina Facebook con il vostro nome e qualche frasetta suggestiva sui numeri di cui siete capaci. Prima che riusciate a farla rimuovere l’avranno vista vostro padre, la vostra classe, i vostri professori e così via.

La prima regola del sexting, insomma, dovrebbe essere non inquadrarsi la faccia, che di norma è più riconoscibile delle parti intime. Ovvio, dite? Mica tanto, altrimenti non circolerebbero in rete quelle 100mila foto rubate a Snapchat, la App che promette di spedire immagini e video che si autodistruggono dopo la visualizzazione.

Fantastico, vero? L’ideale per inviare foto porno senza lasciare traccia.

E invece no, perché quello che passa in rete una traccia la lascia sempre e quello che arriva su un telefono si può salvare con uno screenshot. Ma gli utenti di Snapchat, per lo più minorenni, c’hanno creduto e ora facce, genitali e nomi rischiano di diventare di dominio pubblico. Tralasciando il capitolo sesso, cosa c’è di peggio di due ragazzi che seviziano un coetaneo? Due ragazzi che seviziano un coetaneo e postano tutto su Youtube: l’atto di bullismo viene amplificato a dismisura, a detrimento tanto della vittima – per la quale alla lesione fisica si aggiunge quella della privacy – quanto degli autori, che di fatto pubblicano la prova provata della propria colpevolezza. E le foto dei ragazzi ubriachi persi, che sniffano cose a caso, che vomitano per strada? Edificanti testimonianze di notti brave che una volta pubblicate resteranno lì, a imperitura memoria: l’immagine di un sedicenne strafatto potrebbe creargli problemi se otto anni dopo dovesse mai vincere X Factor, figurarsi se diventasse ministro o top manager. Con buona pace del mito del nativo digitale, l’impressione è che gli under 20 siano lungi dal padroneggiare Internet.

Se ne capissero la portata non si esporrebbero candidi e sprovveduti a conseguenze umane, sociali e giudiziarie di cui evidentemente non si rendono conto.

E qui la palla torna agli adulti, ai genitori, alle scuole: se questi ragazzi studiano informatica fin dalle elementari, perché non spiegare loro che spettegolare di Tizio dandogli dello stronzo è una cosa, mentre scriverlo su Twitter è reato di ingiuria e diffamazione aggravata? E che raccontare le prodezze sessuali della propria ex è un conto, mandare in giro la sua foto nuda è violenza privata e, se il soggetto è minore, diffusione di materiale pedopornografico?

E che incorrere in uno di questi reati significa sotto il profilo penale rischiare il riformatorio, sotto quello civile costringere mamma e papà a pagare tanti, tanti soldi? Non serve un corso di diritto, basterebbero un paio d’ore di educazione digitale da buttare lì tra l’informatica e l’educazione civica per spiegare concetti semplici, con fin troppi casi concreti a riscontro. Noi pensiamo che i ragazzi capirebbero. E voi, cosa ne pensate?

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