Rea in redazione col patron «Ho sbagliato. Vi dedico il gol»

Da una minaccia alla panchina del Varese durante una partita contro il Canavese in serie D, nacque la storia d’odio-amore che portò Giulio Ebagua a diventare il capocannoniere biancorosso di tutti i tempi.

Da una follia nasce (o muore) sempre qualcosa, dove il terreno è bruciato invece non cresce nulla. E dalla follia di Angelo Rea, che non pensava d’avere davanti un giornalista ma un “nemico” – o un amico – che l’aveva pugnalato nell’onore con un 4 in pagella (ripagato con la stessa moneta), nascerà la scintilla che farà vincere il Varese sabato al San Nicola di Bari.

C’è la voglia di sangue e il sangue che scorre nelle vene alla velocità della luce: i toni e gli sms di Rea sono nati dal secondo, che l’ha portato a sfiorare l’eccesso, senza toccarlo.

«Io, Andrea, so vivere solo così» ci ha detto ieri sera in redazione, accanto al presidente Laurenza e a Stefano Ferrè dell’ufficio stampa biancorosso.

«Ho dentro un fuoco che mi divora e a volte mi fa dire o fare delle cose per ferire e fare male a chi mi ferisce e mi fa male. Mi provocano, e io reagisco cento volte più forte. Anche tu fai lo stesso nelle tue pagelle. Il problema è che io magari uso anche quelle sbagliate, di parole, come stavolta. Ma dietro a esse il pensiero è puro come quello di un bambino. Dovrei mordermi la lingua, o le dita quando scrivo d’impeto, ma non ce la faccio a ricacciare dentro quel fuoco. Ho detto che ti vengo a prendere al giornale perché se non chiarisco con una persona che mi ha attaccato, non riesco più a bere nemmeno un caffè. Ho detto che ti levo la voglia, ma non è la voglia di darmi un 4 (guarda, ho conservato nel cellulare anche l’8 di un anno fa a Cittadella) o di seguire il Varese. È la voglia di scrivere di Angelo Rea senza nemmeno averlo conosciuto, o di averci litigato almeno una volta nella tua vita. Ho detto che è peggio per te perché ci tengo a quello che scrivi, e se vuoi “uccidermi” davvero, devi farlo prima sul tuo lavoro e poi guardandomi in faccia».

«Sì, ma adesso che mi hai conosciuto mi risponderesti “sei un pirla”, io sorriderei di quello che ho detto e andremmo a berci un caffè litigando per la stupidata che ho fatto. Quei messaggi non dovevano arrivare e sono arrivati, mi spiace».

«Aiutando i giovani della squadra. Ve lo dimenticate tutti, ma il Varese è una squadra con tanti ragazzi. Se entri in un periodo difficile, è dura uscirne. Penso a loro, penso al presidente che in questi giorni è stato male, penso ai miei parenti che hanno letto questa storiaccia e hanno pensato brutte cose. E a tutti dico: mi sono liberato, la testa ora è leggera. Posso tornare a mangiare. E a sognare».

«Di segnare un gol al Bari e dedicarlo a te».

«Perché è l’unico potere che ho: parlare con i fatti per fare vedere che Angelo Rea non voleva minacciare nessuno con quegli sms».

Dedicalo ad altri, il gol di Bari: a Donato e Riccardo, i tuoi figli di 3 anni e di 1 anno. A tua moglie Denise di 24 anni. A papà Donato e mamma Rosa. Con questa motivazione: ho rimesso tutto a posto anche se non era colpa mia perché qualcuno della società avrebbe dovuto portarmi alla redazione della “Provincia” per risolvere subito le cose a quattr’occhi, sapendo benissimo che avevo mandato quei messaggi. E sapendo come sono fatto: se ho qualcosa da dire, la dico. Anche nel modo sbagliato, ma la dico. Basta starmi vicino.

E dica un’altra cosa in famiglia: Angelo Rea ieri era pronto a rescindere il contratto. Ma non l’ha fatto. E questo gli fa onore.

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