– «Il tempo degli alibi è finito». Il premier Matteo Renzi conquista la platea di Villa d’Este a Cernobbio, ma non convince fino in fondo il tessuto imprenditoriale varesino. Erano in pochi, oltre al governatore di Regione Lombardia Roberto Maroni, i varesini presenti all’appuntamento con il presidente del Consiglio, che dopo un veloce “speech” aperto alla stampa e alle tv si è soffermato in un botta e risposta con la platea di
imprenditori, soprattutto medio-grandi, manager e banchieri che affollava la sala del Forum The European House Ambrosetti. Numeri e vision, la strategia del premier per conquistare la platea di Cernobbio. Da un lato, gli oltre 230mila «posti di lavoro creati» da quando è alla guida del Governo («l’Italia ha voltato pagina sul lavoro» secondo Renzi) e un Pil che «cresce in media con l’Europa, ed è solo la terza volta in vent’anni».
Dall’altro, le prospettive di «diminuzione delle tasse», percorso avviato con il bonus da 80 euro: «Inutili?». Il mantra del suo discorso è che «il tempo degli alibi è finito», con uno sguardo al 2018.
«Ho davanti trenta mesi – annuncia il premier – per trasmettere il senso dell’urgenza» delle riforme da mettere in atto. E ancora, «occorre uscire dalla dinamica che l’imprenditore deve resistere, resistere, resistere».
E spuntano anche proposte nuove, come la semplificazione delle società partecipate, con l’idea che possano diventare «pochi grandi gruppi» in grado di essere nel prossimo futuro «leader nelle public utilities in Africa e nel Sudest asiatico».
Un po’ la strada già imboccata da A2A, che ha messo in “pancia” la varesina Aspem. Le prime reazioni dei nostri imprenditori non sono entusiaste. «Quando l’ho sentito in tivù, ho girato» ammette Giorgio Merletti, presidente nazionale di Confartigianato, “allergico” agli annunci. «Servono i fatti. Vedremo se arriveranno, soprattutto la riduzione delle tasse». D’altra parte quando Renzi afferma che l’Italia dev’essere «il Paese delle start-up, dell’artigianato, del design e della moda» sfonda una porta aperta: «Lo siamo già, nel 2014 sono nate 400 imprese al giorno – ricorda Merletti – e non è vero che
non c’è voglia di imprenditorialità, è il contesto che non aiuta. Che il futuro sia nel saper fare artigiano lo diciamo da tempo, ma per incentivare le piccole imprese servono meno debito pubblico, meno spese e meno tasse». Scetticismo anche per il presidente provinciale e regionale di Confapi Franco Colombo.«Gli alibi? Mi viene un pensiero cattivo, che forse fino ad ora li ha utilizzati anche Renzi…Però è vero, non si può più perdere tempo: ma purtroppo oggi siamo talmente disillusi che non sappiamo quali garanzie possa dare chi sembra aver imboccato la strada dell’“annuncite”».
Così rispetto alle promesse del premier, il leader di Confapi va con i piedi di piombo: «I numeri del Jobs Act non sono ancora certezze. Ma noi imprenditori non demordiamo: al lavoro, e i numeri li cambiamo noi».
Si dice «deluso» anche il governatore di Regione Lombardia Roberto Maroni. «Renzi non ha risposto alla mia domanda sull’applicazione dei costi standard – fa notare Maroni – Ha detto che taglierà qualcosa nei ministeri ma questo non c’entra niente con la rivoluzione dei costi standard, che è l’unica via per tagliare la spesa pubblica. Costi standard vuol dire in sostanza imporre alle Regioni del sud una qualità della spesa che attualmente non hanno, prendendo spunto da Regione Lombardia. Forse non voleva dire che Regione Lombardia è un’eccellenza. Questo mi ha deluso molto».
D’altra parte, il premier non ha risparmiato una frecciatina contro le Regioni, i cui poteri verranno ridotti con la riforma del titolo V della Costituzione: «È la strada sbagliata – secondo Roberto Maroni – se le Regioni spendono male, non devi togliere potere, ma farle spendere bene. E il modello di riferimento è la Regione Lombardia».
Anche il riferimento alla «fine degli alibi» non convince l’ex segretario della Lega Nord: «È l’ennesimo slogan, è la parte di marketing del suo intervento. La cosa concreta è che mi aspettavo mi dicesse, “ok, accetto la sfida dei costi standard. Vediamo come farla, ma le Regioni si devono mettere d’accordo tra di loro”. Invece no, e da questo punto di vista la risposta è stata assolutamente deludente».













