Rientrano a Malpensa i superstiti della tragedia alle Maldive: «Siamo distrutti»

Dopo il dramma dell’immersione fatale ad Alimathà, i venti italiani della crociera subacquea tornano in Italia. Proseguono le indagini sulle cause della tragedia

Un viaggio lunghissimo, segnato dal silenzio, dalla stanchezza e soprattutto dal trauma di quanto accaduto nelle acque delle Maldive. I venti italiani sopravvissuti alla tragedia avvenuta il 14 maggio durante un’immersione ad Alimathà sono attesi all’Aeroporto di Milano Malpensa dopo oltre nove ore di volo.

Negli occhi restano ancora le immagini drammatiche della scomparsa di cinque sub italiani: Monica Montefalcone, la figlia Giorgia Sommacal, Gianluca Benedetti, Federico Gualtieri e Muriel Oddenino, dispersi dopo un’immersione nelle acque profonde dell’atollo maldiviano.

«Siamo molto provati, stanchi», hanno raccontato alcuni dei superstiti durante il viaggio di ritorno. Una vacanza che doveva essere dedicata al mare e alle immersioni si è trasformata in una tragedia devastante che ora apre interrogativi pesantissimi sulle condizioni di sicurezza e sulla dinamica dell’escursione subacquea.

I familiari delle vittime attendono ancora che le operazioni di recupero dei corpi possano avere una svolta. Nel frattempo i legali di Federico Gualtieri, gli avvocati Antonello Riccio e Gianluigi Dell’Acqua, invitano alla prudenza: «È necessario evitare ricostruzioni affrettate che non siano supportate da elementi oggettivi», sottolineando come Gualtieri fosse «perfettamente formato e qualificato per le immersioni».

Sul caso è stato aperto un fascicolo anche dalla Procura di Roma. I magistrati italiani potrebbero ascoltare nei prossimi giorni proprio i superstiti della crociera subacquea per ricostruire quanto accaduto nelle ore precedenti all’immersione fatale.

Secondo quanto emerge, le autorità maldiviane avrebbero già acquisito cellulari e testimonianze dei presenti, mentre gli investigatori stanno cercando di chiarire un aspetto centrale della vicenda: la profondità raggiunta dai sub. I cinque si sarebbero infatti immersi oltre i trenta metri consentiti normalmente dalle normative locali, arrivando a quote superiori ai sessanta metri.

Un dettaglio tutt’altro che secondario, perché nelle Maldive immersioni di quel tipo richiedono autorizzazioni particolari e specifici protocolli di sicurezza. Gli inquirenti vogliono capire se tutte le procedure siano state rispettate, se le licenze fossero regolari e se vi siano eventuali responsabilità organizzative.

A rendere ancora più pesante il quadro è arrivato anche il provvedimento adottato sabato dal ministero del Turismo maldiviano, che ha disposto il ritiro della licenza alla nave safari “Duke of York”, l’imbarcazione sulla quale viaggiava il gruppo italiano.

Parallelamente resta aperto il capitolo delle autopsie. Una volta recuperate le salme, potrebbero essere effettuati nuovi esami anche in Italia per cercare di chiarire con precisione le cause della morte dei sub e verificare eventuali concause legate alla profondità, alle attrezzature o alle condizioni dell’immersione.