Roma, 11 feb. (Apcom) – Il percorso per avere un sostegno alla procreazione inizia sempre più spesso con un viaggio aereo. Sono sempre di più, infatti, le coppie italiane che, per avere un figlio, si rivolgono a un centro di procreazione medicalmente assistita in Spagna. Tra queste, anche le donne single e le coppie omosessuali. Il fenomeno è esploso dalla fine del 2004, quando fu approvata la legge 40, quella che vietò la fecondazione eterologa e la diagnosi preimpianto, pratiche invece consentite al di là dei Pirenei. E oggi le coppie italiane sono al primo posto, tra quelle straniere, a rivolgersi ai centri spagnoli. E’ il quadro offerto da Cristina Pozzobon,
una delle specialiste italiane che lavorano nel centro di Barcellona dell’Istituto valenciano de infertilidad (Ivi), intervenendo al convegno “Il desiderio di diventare genitori”, nel corso del quale è stata presentata una indagine del Censis sugli effetti della legge 40 negli ultimi anni. A spingere gli italiani a prendere l’aereo, però, sottolinea Pozzobon, non è solo la possibilità di accedere a tecniche non consentite in Italia. Una coppia su tre, infatti, va in Spagna per un impianto con gameti propri, che è consentita anche in Italia. Ma la percezione delle coppie è che in Spagna ci sia più libertà scientifica e che perciò i medici abbiano a disposizione più strumenti per combattere il problema dell’infertilità.
Nel 2008 il centro Ivi di Barcellona ha accolto 205 pazienti
italiane per cicli di ovodonazione (fecondazione eterologa), 84
per cicli con gameti propri (omologa, consentita anche in Italia)
e 81 per la diagnosi preimpianto. In poco più del due per cento
dei casi, spiega Pozzobon, si trattava di donne single o di
coppie omosessuali.
Per andare all’estero le coppie vanno incontro a una serie di difficoltà, a iniziare da quella del lavoro: “Quello che mi chiedono più spesso le coppie italiane – dice Pozzobon – è cosa dire per giustificare il viaggio. Quasi sempre alla fine prendono delle ferie e dicono che si tratta di un viaggio di piacere. Io vedo un grosso problema di discriminazione”, continua, perché “le coppie ricche possono
permettersi di affrontare la spesa di un ricovero all’estero, con anche tutte le spese di viaggio e permanenza che implica, mentre quelle meno abbienti non se lo possono permettere, oppure lo fanno solo con enormi sacrifici”. Ma anche in Italia, prosegue, c’è un analogo problema: “Le liste di attesa nel privato non sono neanche paragonabili a quelle a cui si va incontro nel pubblico, e spesso neppure le prestazioni”.
“A Barcellona al primo posto vengono gli italiani, ma al secondo
ci sono gli inglesi, che non hanno la legge 40, né la Chiesa
cattolica”, puntualizza il sottosegretario alla Salute, Eugenia
Roccella, spiegando che perciò non sarebbe colpa della
restrittiva normativa italiana se le coppie vanno all’estero.
“Quello che il sottosegretario dimentica di dire – ribatte
Pozzobon – è che nel Regno unito nel 2005 fu approvata una legge
secondo la quale i figli nati con la eterologa possono sapere il
nome del donatore dopo aver compiuto diciotto anni. Questo non fa
piacere a chi dona, ma neanche a chi partorisce. In Spagna invece
l’anonimato è garantito sempre e non c’è modo di conoscere quel
nome. Per questo dopo il 2005 c’è stata una impennata di donne
inglesi nei centri spagnoli”.
Dpn
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