Roma, 3 feb. (Apcom) – La Total cerca di placare i lavoratori
inglesi furiosi. Gli scioperi selvaggi sono proseguiti ieri fra
raffinerie in tutto il Regno Unito espandendosi a varie centrali
nucleari- nonostante la neve copiosa. Gordon Brown ha chiamato i
lavoratori a mettervi fine ma il governo britannico è spaccato,
ondeggia, da un lato sostiene le normative Ue sulla libera
circolazione, dall’altro vuole garantire agli inglesi i lavori
inglesi – secondo uno sciagurato slogan che il premier lanciò nel
2007, “British jobs for British workers”, e che ora perseguita
l’esecutivo Brown.
Questa è la situazione a una settimana dall’inizio della
protesta contro la Irem, il gruppo siracusano che in dicembre
vinse un regolare appalto dalla statunitense Jacobs per la
costruzione di una nuova unità nella raffineria “Lindsey Oil”
della Total, nel Lincolnshire. Quattro mesi per concludere il
lavoro, ma la Irem si è portata i suoi operai specializzati,
italiani e portoghesi. E i lavoratori delle imprese locali, per
cui la Lindsey è da decenni una fonte costante di impiego, in
tempo di crisi si sono ribellati.
Ieri sera sono stati aggiornati a oggi i colloqui a Scunthorpe,
in Inghilterra, fra la Total, la Jacobs, i sindacati e
l’intermediaria Acas. Riprenderanno con lo studio del contratto
d’appalto dei lavori alla Irem.
L’implicazione è semplice: altro che rispetto delle regole
europee sulla libera circolazione delle persone, i sindacati
britannici sospettano che il contratto non dia garanzie su
salario minimo e norme varie adeguate alla legislazione di
Londra; in altri termini che gli operai ‘stranieri’ vengano a
lavorare sottocosto rispetto alla manodopera locale.
La Total, per ora, ha dato qualche assicurazione promettendo che
gli operai inglesi potranno presentare domanda se dovessero
crearsi delle opportunità lavorative sul sito. Il gruppo francese
chiaramente non ha intenzione di far saltare una commessa –
quella alla Jacobs – del valore di 220 milioni; d’altra parte ha
tutto l’interesse a trovare una soluzione rapida perché il lavoro
possa riprendere.
Il governo si trova ora a dover mediare tra i sindacati furiosi,
che rappresentano un importantissimo bacino elettorale nonché
fonte di finanziamento, e i colleghi europei; compito non facile
per l’esecutivo di un paese per tradizione euroscettico, guidato
però da un leader che solo qualche mese fa, proprio sull’onda
della crisi economica e del collasso del sistema finanziario, si
era guadagnato l’inedito appellativo di “locomotiva d’Europa”. La
mediazione è di fatto anche all’interno del governo stesso: oggi
il ministro della Salute Alan Johnson ha sventolato lo scettro di
possibili “irregolarità” che in sostanza potrebbero avvantaggiare
l’impiego di manodopera straniera, esprimendo la sua solidarietà
ai manifestanti.
Al di là delle implicazione economiche – e a questo punto ci si
chiede che tipo di ripercussioni questi scioperi in corso da
giorni possano avere sulle forniture di energia elettrica – ci
sono quelle politiche-interne infatti. La vicenda rappresenta
un’occasione ghiotta per i partiti nazionalisti e
indipendentisti, che raccolgono gran parte dei loro consensi
proprio nel nord del Paese. Il rischio è che una protesta
generata dalla paura della crisi economica venga trasformata in
una manifestazione xenofoba e razzista manipolata da quelle
formazioni nazionaliste come il BNP (British National Party) e il
UK Independence Party.
L’Italia e il Portogallo, patrie degli operai al centro delle
proteste britanniche, intanto chiedono tutele e mentre gli
scioperi selvaggi proseguono i ministri degli Esteri Frattini e
Amado fanno quadrato intorno al premier Brown. “Questa è l’Europa
della libera circolazione di tutti i lavoratori” ha spiegato
Frattini, esprimendo parole di apprezzamento nei confronti del
primo ministro inglese che ha bollato gli scioperi contro i
lavoratori italiani come “indifendibili”. Apprezzamento anche
nelle parole del capo della diplomazia portoghese Luis Amado, che
ha però sottolineato la responsabilità dei governi nell’evitare
una deriva “protezionista, xenofoba, nazionalista” che potrebbe
“trascinare l’Europa in una crisi ancora più pesante”.
Cep
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