Sottili via a testa altissima Chi resta al Varese, invece…

Il Varese ha scalato le montagne non perché aveva più soldi degli altri e i giocatori o l’allenatore più forti ma perché aveva gli uomini migliori. «Soldi e paura, mai avuti» disse Peo Maroso. Piccoli o sconosciuti uomini ma così grezzi, puri, diritti e unici anche nei difetti da abbattere eserciti immensi pieni d’arroganza, promesse, paroloni, altarini e mille facce che nascondono il fatto di non avere alcuna faccia. La vicenda Sottili tira una riga sulla “diversità” del Varese, abbassandolo al livello “usa e getta” di qualunque altra società, anche se i suoi tifosi rimangono rustici e mohicani, anticonformisti e sognatori, un po’ pazzi e un po’ selvaggi.

Sottili poteva anche essere l’allenatore sbagliato del Varese ma non lo sapremo mai perché non gli è stato dato il tempo di sbagliare abbastanza per giustificarne la cacciata: divorato come un bocconcino dopo 15 giornate, senza preavviso o ultimatum mentre era a Coverciano, piazzandogli in faccia il suo giustiziere a Lanciano e senza nemmeno rinfacciargli ciò che avrebbe fallito o ringraziarlo per i giovani valorizzati, certi guerrieri rivalutati e molti neo acquisti smascherati per quanto vennero sopravvalutati.

Sottili se ne va dopo essere stato l’unico a farsi trovare al campo con i bimbetti di Caccianiga dopo la morte del piccolo Martino, per abbracciare e piangere insieme a mamma Licia. Se ne va dopo essere stato il solo ad appendere negli spogliatoi la frase dello stesso Caccia per i giocatori («Se siete uomini giocate per Martino»). Sottili se ne va dopo essersi commosso in piazza Monte Grappa

davanti a tremila tifosi (solo un’altra persona in otto anni ha pianto veramente davanti a quella gente). Sottili se ne va da imbattuto al Franco Ossola (Sannino unico precedente), con il vice capocannoniere della B (è storia), la squadra ben salva anche se i palati fini esigono bel calcio fuori da ogni dimensione e realtà (in B non ti salvi con quello ma con la concretezza).

Sottili se ne va perché non ha guardato in faccia nessuno: giovani, senatori, nuovi, dirigenti, tifosi. Se ne va perché ha voluto ascoltare solo le 18 ore su 24 dedicate alla sua missione (Papini lo fa, e gli altri?). Se ne va perché è stato abbandonato con una rosa mostruosa di 30 giocatori (mai vista una cosa simile dai tempi dei Turri) e dopo essersi trovato tra le mani Calil, Lupoli, Pasa, Tremolata ecc. quando invece, da che mondo è mondo, prima si sceglie l’allenatore e poi si fa la squadra.

Se ne va dopo quella corsa solitaria in curva, quasi l’unica ad avergli spiegato cos’erano Varese e il Varese: non è bastato.

Ha avuto i torti d’essere duro e puro nelle sue convinzioni, di cambiare troppe formazioni, di fare il capo assoluto anche nelle piccole cose organizzative perché pensava (sbagliando) d’essere così spalleggiato in società da poter reggere il malcontento dello spogliatoio. Ha il torto di non aver fatto figli e figliastri, principini e raccomandati. Ha il torto di non essersi fatto amare. Né lui ha mai cercato l’amore ma il rispetto, quello sì, e l’avrà per sempre. E ha infine il torto di non essersi guardato le spalle, che poi è la colpa principale da far cadere su chi s’è sbarazzato di una persona senza prima avere fatto di tutto per salvarla.

Una società difende il suo allenatore in pubblico e lo redime in privato. Una società non concede ai giocatori di poter arrivare a decidere le sorti di chi deve guidarli. Una società che non crede più nel mister, lo esonera nell’istante in cui non ci crede (non settimane dopo) e spiega perché, mettendoci la faccia, senza lasciare pilatescamente che siano gli eventi come una sconfitta a farlo al posto suo.

Una società che si chiama Varese mette principi, valori, rispetto degli altri e della parola data prima dei risultati perché quest’ultimi sono solo la conseguenza dei primi. Una società esiste per quello che incarna prima che per quello che dice o fa, altrimenti non avrà vita lunga perché è la fede, non il pensiero o l’atto, a fare la differenza.

A volte, andandosene o venendo cacciati, rimane attaccata più dignità e orgoglio di tanti altri che restano.

Buon viaggio Sottili ma, soprattutto, buona fortuna a chi rimane: ne avrà bisogno.

Varese

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