«Sotto il velo, una famiglia normale»

Il punto di vista dei commercianti che hanno servito il gruppo di musulmane in città

– Cosa si nasconde sotto il velo? Il giro in città di un gruppo di donne musulmane, vestite con il tradizionale abito che ne copre il volto e le forme, ha scatenato la curiosità di varesini e ha generato un po’ di paura e seminato insicurezze.
Solo alcuni commercianti hanno avuto la possibilità di interagirci: uno di questi è stato , titolare dell’omonima valigeria. «L’impatto è stato indubbiamente forte – ci racconta – ma l’impressione che mi hanno lasciato è stata positiva».

Non solo perché le donne abbiano comprato, «anche se potrebbero essere le clienti ideali: sicure nella scelta e determinate nell’acquisto», ma perché «avevano occhi molto espressivi, truccati e rassicuranti. Mani ben curate, parlavano un inglese fluente e avevano maniere gentili ed educate».

Le donne volevano acquistare un portafoglio da donna. «Hanno voluto vedere diversi modelli e, individuato il preferito, l’hanno acquistato pagando con carta di credito. Saranno rimaste nel negozio una decina di minuti». Nella compostezza però, alle donne qualcosa è sfuggito. Stavano mangiando delle patatine e per portarle alla bocca hanno dovuto scostare il velo.

«Ho potuto osservare che erano tutte molto giovani, tranne una, forse la madre. Avranno avuto poco più di vent’anni. Dal vestito spuntavano anche sneakers, jeans e una tracolla di ottimo gusto».

Insomma. Chi però non ha potuto avvicinarle, ma le ha incontrate per strada, ha avuto paura. «Sinceramente, quando le ho viste entrare in negozio sono trasalito anch’io – ammette Ambrosetti – Faceva caldo martedì e l’idea che fossero costrette a girare così bardate mi ha messo in soggezione».

Il concetto per alcuni è proprio questo: non è tollerabile, almeno nel nostro paese, che si giri per la strada tutti coperti. «Non è dal punto di vista commerciale che parlo, perché non mi fa paura se delle persone mascherate entrano in negozio – specifica invece Alessio Sperati di Zoopark – ma da quello più strettamente legato alla quotidianità. Non mi piace che non si rispettino gli usi e i costumi dei paesi in cui si è ospitati. Qui da noi non si gira con il volto coperto ed è un segno di rispetto non farlo». Questo è per Varese un episodio isolato, ma i commercianti chiedono chiarezza per il futuro: «Spero che si arrivi presto a dettare legge sull’argomento. Personalmente non posso e non voglio mettere un cartello fuori dal negozio che impedisce di entrare con il velo, vorrei che fosse lo Stato a farlo, come stanno facendo altri paesi».

Anche il mondo arabo è ricco di contraddizioni però. «Non è la prima volta che servo clienti musulmane – dice Ambrosetti – Donne che vivono a Varese e qui hanno le loro attività commerciali. In negozio vengono da sole e indossano solo il velo che copre la testa. Chiacchieriamo del più e del meno, ma quando vengono con i mariti tutto cambia. Si rivolgono a loro per avere informazioni sui prodotti e poi sono gli uomini a riferire». Questione di cultura, molto anzi troppo diversa dalla nostra.

«È questo il punto – dice Sperati – abbiamo una cultura da rispettare. Oggi ci fa strano vedere quattro donne in burqa, ma tolleriamo. Quest’inverno saranno venti e l’anno prossimo ci si sarà abituati a vederle così. Non deve diventare un’abitudine, a prescindere dai soldi che spendono nei nostri negozi».